Con somma mia meraviglia, su una nostra rete televisiva ho visto scuole che facevano pubblicità a sé stesse, esaltando la propria “bontà”. L’obiettivo era quello di convincere i genitori a iscrivervi i propri figli.

Pensavo, ingenuamente, che la pubblicità fosse cosa che riguardasse le scuole private. Che a farla fossero scuole pubbliche statali, a danno e contro altre scuole pubbliche statali, mi pareva una assurdità. Ho chiesto perciò notizie in giro.

Un professore mi ha chiarito la cosa, chiamando in causa, addirittura, il muro di Berlino. La sua caduta – ha detto – segnò il trionfo del libero mercato. La scuola, perciò, è oggi un libero mercato. Quel professore mi ha anche spiegato l’esistenza dell’open day, giorno aperto. Quasi sempre si tratta di una domenica in cui i docenti, non pagati, aprono la scuola riducendosi a imbonitori, quasi venditori ambulanti che, sulle bancarelle, offrono le loro mercanzie.

Ovviamente non si tratta dei programmi, rigorosamente ministeriali, ma servizi opzionali, che comprendono gite, concerti, danze e simili. E’ mercanzia che ha il segno dello svago e della distrazione piuttosto che quello dello studio e del lavoro. L’informatore mi ha anche detto che, in altri giorni, squadre di docenti degli istituti superiori, ben allenati al compito, girano per le scuole medie inferiori, invitando a scegliere la iscrizione al proprio istituto. Sono assimilabili ai commessi viaggiatori o agli informatori farmaceutici. Di vero, insomma, c’è che ogni scuola cerca di sottrarre alunni alla scuola consorella, pubblica e statale.

Non voglio parlare del degradante ruolo che, in tutto questo movimento, viene assegnato agli insegnanti, ridotti da educatori a imbonitori. Tutto accade a spese della loro dignità, del tempo da dedicare allo studio, alla correzione dei compiti e, soprattutto, alla preparazione della lezione del giorno successivo, considerata, dal De Sanctis, passaggio e impegno indispensabile per un buon insegnamento.

Voglio solo far rilevare che la pubblicità, fatta attraverso organi di informazione privati (giornali, TV e simili), è fortuna insperata per questi, ma è anche sottrazione di preziosi soldi pubblici alla scuola, che spesso si trova nella impossibilità di fornire carta igienica e sapone nei bagni, o nella impossibilità di acquistare qualche libro per la biblioteca. Non dico di aiuti a scolari bisognosi, esclusi, ormai, da ogni umano pensiero. Ma i danni vanno ben oltre.

Mantenere e rubare alunni alle altre scuole, a volte parlando male di queste e dei loro insegnanti, lo si fa per garantirsi la formazione di classi e, quindi, la conservazione del posto di lavoro. Qualche preside, di conseguenza, invita i suoi professori a promuovere, promuovere, promuovere, indipendentemente dai meriti. Invita, cioè, a fare scuola buona. Si guarda bene dal dire che fare scuola buona significa non fare buona scuola, ma anzi pessima. Significa, infatti, incoraggiare il disimpegno, l’infingardaggine, la fuga dal dovere, la iattanza e l‘indisciplina; significa dare un calcio alla meritocrazia. Tutti caballleros.

Che meraviglia, allora, se qualche professore viene preso a pugni o sfregiato dagli alunni e da qualche genitore? Qual meraviglia se la scuola italiana, anche quella elementare, una volta fiore all’occhiello, è, oggi, ai livelli più bassi d’Europa? Non è forse il caso che i professori si riprendano, con forza, il ruolo di educatori, pensosi, come pochi, delle sorti della società?