L’8 settembre 1943 cambiò il colore della città. Si era nel pieno della guerra, in una condizione di grande incertezza. Gli Alleati avevano raggiunto Taranto e stavano avanzando verso l’interno, e quindi verso Matera. I tedeschi e i pochi alleati fascisti erano in fuga. I reparti tedeschi dei guastatori, in retroguardia, cercavano di ritardare l’avanzata degli Alleati.

Erano particolarmente agguerriti, già convinti, a partire dal 25 luglio, che gli Italiani, caduto Mussolini, non erano più affidabili. Si portavano una gran carica di rabbia e di rancore, difficile da controllare. Quel pomeriggio la piazza di Matera, secondo il racconto da testimone di Nitti, era carica di molta gente, per lo più contadini anziani. I giovani erano in guerra. In quell’8 settembre continuavano le vacanze contadine, essendo settembre ancora libero da lavori in campagna.

C’erano anche soldati tedeschi. Improvvisamente, l’altoparlante, dall’angolo della piazza, gracchiò che c’era l’armistizio, cioè la sospensione della guerra. La gioia prese tutti: materani e tedeschi. Cantavano, danzavano, si abbracciavano. L’avv. Francesco Di Caro, allora tredicenne, ricorda che, all’angolo tra via XX settembre e via Roma, era il Bar Impero (Palazzo Panizza), luogo di ritrovo. Dalla porta osservò due tedeschi che, festosi, brindavano alla pace. Anche i tedeschi, in fondo, erano uomini.

Quella della comune festa tra tedeschi e italiani fu una scena che si ripeté in tutti i centri piccoli e grandi, compresi Corfù, Zacinto e Cefalonia, dove tedeschi e italiani erano chiusi nella stessa isola. A Matera, mogli e madri corsero a ringraziare la Madonna della Bruna, Sant’Eustachio e il Cristo morto di San Rocco. E’ noto che l’8 settembre, in molti paesi, si celebra la festa della natività della Madonna. Donne piangenti, quel giorno, si piegarono a baciarne le vesti, battendosi il petto, genuflettendosi e trascinandosi con le ginocchia per terra.

La verità venne fuori il giorno dopo, quando si chiarì che l’armistizio era di parte, nel senso che, se la guerra finiva per gli italiani, continuava per i tedeschi, che, a Matera come dappertutto, improvvisamente e inaspettatamente si trovarono non tra amici, ma tra nemici. Con gli Alleati a pochissimi chilometri, temevano le spie. Fecero ciò che avrebbero fatto gli Italiani. Cercarono di fare terra bruciata intorno a sé, quasi una fascia di sicurezza, sequestrando armi, mezzi di trasporto, bruciando treni e le famose “littorine”.

Pieni di paura, crearono un naturale clima di terrore. Lo dice un testimone di cui conserviamo una lettera. La tensione – dice quel testimone – “si poteva tagliare col coltello”. Se ci fosse stata una provocazione, o una semplice distrazione, ci sarebbe stato uno scontro feroce con vera e propria strage di cittadini inermi o male armati. Qualcuno, a guerra finita, quando tutti diventiamo eroi, avrebbe voluto che il comandante dei Carabinieri, il maggiore D’Amato, si preparasse allo scontro. Il saggio D’Amato, invece, volle che i carabinieri dimettessero la divisa. Sarà accusato di collaborazionismo e, a fine guerra, processato, ma assolto.

Lo stesso caso capitò a Cefalonia, dove il generale Gandin dovette svolgere un lavoro da vero e proprio equilibrista, novello temporeggiatore, cercando di far stare insieme, chiusi sulla stessa isola, italiani e tedeschi. Sarà accusato di collaborazionismo anche lui. Quando la situazione precipitò e si arrivò allo scontro con la fucilazione di migliaia di italiani, il generale Gandin, tutt’altro che collaborazionista, all’atto della fucilazione rifiutò la benda agli occhi e, contro il plotone tedesco, scagliò la medaglia al valor militare che i tedeschi gli avevano assegnato.

Tra i fucilati, per la cronaca, ci furono Marcello Bonacchi, materano, e Orazio Petrocelli, potentino. Il testimone materano, da noi già citato, nella stessa lettera ci dice che il maggiore D’Amato era stato ufficiale dei servizi segreti, con missioni più volte all’estero. Nella stessa lettera ci dice di Emanuele Manicone, che accoltellò Alfons, l’austriaco diciannovenne che si consegnò inerme e mani in alto, col viso insaponato, nella bottega del barbiere Campanaro. Durante la prima guerra mondiale – leggiamo – “aveva militato nel corpo degli Arditi, creato dopo Caporetto con volontari pronti a tutto e maestri in colpi di mano”.

Per fortuna il giovane Alfons, studente universitario, si salvò, grazie a due materani che furono pronti a portarlo in ospedale. Un gesto che vale anch’esso una medaglia d’oro.