Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo alla fine del mondo…ma siamo qui“. Con queste parole, la sera del 13 marzo 2013, Jorge Mario Bergoglio, si presentò urbi et orbi, appena eletto papa, affacciandosi dalla loggia di San Pietro per salutare la folla in attesa della fatidica “fumata bianca”..

Significativamente scelse il nome del poverello d’Assisi evocando sin da allora il suo principale campo di azione: l’attenzione ai poveri, agli scarti di questa società.

Dopo i primi cinque anni dalla sua ascesa al soglio di San Pietro, un qualche bilancio è possibile tracciarlo.

I suoi esegeti tendono a definirlo un rivoluzionario per il suo anticonformismo che spesso ha ribaltato schemi e consuetudini in una narrazione che mescola spesso realtà ed aspettative. I detrattori lo guardano come un pericoloso “comunista” che con i suoi metodi e contenuti predicati mina l’ordine costituito nei millenni.

I fatti dicono che in questi 5 anni  di guida della Chiesa non ha prodotto alcun cambiamento radicale nelle sue strutture (IOR, APSA Curia romana sono tutte lì sostanzialmente come prima senza significativi cambiamenti; le donne sempre in seconda o terza fila lontane dai posti di comando, l’istituzione sempre al maschile; sulla piaga della pedofilia qualche irrigidimento delle norme penali vaticane, mentre la nuova Commissione antipedofilia non brilla particolarmente per la sua azione). Sarà una strategia della gradualità nel cambiamento al fine di tenere unita la Chiesa e farla avanzare in tutti i suoi settori, quelli più conservatori e quelli più aperti al cambiamento.

Là dove, indubbiamente, il cambiamento c’è stato è nella ridefinizione della scala delle priorità nella predicazione. Non solo nel linguaggio e nella comunicazione, ma nei contenuti.

Insomma Bergoglio ha spostato l’asse dell’azione della Chiesa dalla “verità dogmatica”  a quella che lui stesso ha definito “misericordia evangelica“.

Non è che lui abbia archiviato i cosiddetti “principi non negoziabili” (protezione della vita dal concepimento alla morte naturale, famiglia naturale fondata sul matrimonio, scuola cattolica). Semplicemente li ha posposti ad altri temi ritenuti di più stringente attinenza alla vita reale e per la stessa sopravvivenza del “creato”. Spostando così la missione della Chiesa dalla dottrina al sociale. Roba non da poco in un mondo oramai privo di coordinate e riferimenti culturali alternativi ad un sistema che lo ha preso in ostaggio con i danni, le diseguaglianze ed i pericoli che sono sotto gli occhi di tutti e che sembrano angosciare Bergoglio più di ogni altra cosa

Ed ecco che: la tragedia delle migrazioni e l’accoglienza; la difesa dell’ambiente contro il dominio del capitalismo che determina persino lo scarto delle persone (enciclica Laudato si’); la denuncia di «inequità» (neologismo coniato da lui stesso) con la spaventosa povertà di buona parte del pianeta; la guerra permanente (digiuno contro i bombardamenti in Siria) nelle relazioni tra Stati e il commercio delle armi (impegno per il Trattato Onu contro l’atomica) sono diventati i temi ossessivi della sua predicazione.

Con una riscoperta della missionarietà come propria funzione principale e che tra il 2014 e il 2016 è emersa con una sua radicalità inconsueta (ricca di contaminazione con altre culture politiche) specie in occasione degli incontri mondiali con i movimenti popolari. Ne sono testimonianza i discorsi tenuti in tali occasioni rivolti a: precari, famiglie senza tetto, contadini senza terra riuniti per parlare di diritti e lotte sociali.

Ovviamente l’operazione di aggiornare la pastorale senza intaccare la dottrina non poteva e non è priva di contraddizioni manifeste (in riferimento, ad esempio, agli omosessuali piuttosto che ai divorziati risposati). Ma non fa velo alla profondità di questo cambiamento.

E’ singolare, poi, come questa sua svolta si ricolleghi al Papa Roncalli del Concilio che intendeva mettere la Chiesa in grado di aggiornare il messaggio evangelico alla contemporaneità, con un recupero di una capacità apostolica ed una forza d’attrazione perse sull’altare della cultura dell’intransigenza.

Singolare perchè, ricordiamolo, trattasi del primo papa a non aver partecipato personalmente a quell’assise e, quindi,  prova a coglierne a tanta distanza il significato storico e il tratto decisivo: dimostrare alle donne e a gli uomini del nuovo millennio la utilità del messaggio evangelico per la propria esistenza.

Che succederà dopo la fine del pontificato di Bergoglio, specie se le riforme strutturali della Chiesa non dovessero andare in porto? E’ sicuramente il cruccio dei cattolici progressisti.

Ma è una preoccupazione che assume anche una valenza generale, che travalica il recinto cattolico,  in questa fase della storia dell’umanità in cui le istituzioni del secolo scorso sono in profonda crisi e tenuto conto che, contrariamente a quanto previsto qualche decennio addietro, la sfera religiosa sta riassumendo rilievo nell’ambito di quella pubblica.

Fa specie constatare di essere in un Paese in cui la quasi totalità si proclama cattolico e, se tutti seguissero la predicazione sociale del Papa, avremmo sicuramente un mondo migliore, meno condizionato da paure per il prossimo che arriva da lontano (ad esempio).

Ma così non è e a volte fa bene ricordare quel monito di Bergoglio, quando disse: “E’ meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!