Era l’alba del 27 aprile del 1937, quando Antonio Gramsci venne colto da una emorragia cerebrale e smise di respirare. Solo due giorni prima (il 25 aprile) nella clinica  Quisisana, in cui era ricoverato per le sue gravi condizioni di salute a causa dalla lunga detenzione, ironia della sorte, il giudice del tribunale di sorveglianza di Roma gli aveva comunicato  la scarcerazione. Aveva 46 anni e nonostante fosse stato incarcerato perché (come disse il solerte PM fascista Isgrò)  bisognava ” impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni” , nonostante la malattia che ne conseguì, in questo breve tempo della sua vita realizzò una riflessione politica straordinaria per l’epoca ed ancora attualissima oggi.

La sua figura, il suo pensiero, sono stati punto di riferimento di studiosi ed hanno forgiato generazioni di intellettuali, dirigenti e militanti e sono stati alla base di quello straordinario esempio di grande comunità politico-culturale che è stato il Partito Comunista Italiano.

Ottant’anni dopo la sua morte, varrebbe forse la pena riflettere sul perché la sinistra italiana (anche quella riveniente dall’esperienza storica del PCI) abbia completamente smarrito quella lezione. Cosa che non è certamente estranea allo smarrimento politico attuale, alla perdita totale di coordinate politico culturali  degne di questo nome e alla incapacità di analisi e costruzione di una proposta di sinistra alla crisi che stiamo vivendo. Con le destre, comunque declinate, che occupano interamente il campo del malessere delle classi subalterne al sistema.

Quel concetto di egemonia culturale dell’autore dei Quaderni che tanto è servita a mantenere alto il livello del dibattito sociale e politico del Paese in tutte le sue articolazioni, una ambizione completamente smarrita nello spessore originario e soppiantata da pensieri deboli ed evanescenti del tutto inadeguati alla bisogna.

Una sinistra, che volesse tornare a fare il mestiere della sinistra, dovrebbe attingere a piene mani dal patrimonio inestimabile che Antonio Gramsci ci ha lasciato in dote, rileggendo le sue riflessioni per la stessa necessità da lui perseguita -come una stella polare- in tutta la vita: l’esigenza della liberazione dei ceti subalterni!

Nel mentre oggi si registra oltre  all’enorme assenza di intellettuali capaci, come lui, di analisi di spessore, anche a chi  lo tira in ballo a sproposito e strumentalmente (vedi Nannicini per conto di Renzi al Lingotto) oppure riesce a buttare ombre e a squalificare cose da lui fondate, vedi come è stata ridotta “L’Unità”. Un vero saccheggio della sua storia e della sua figura.

Anche tutto quell’arcipelago che si muove come in un pantano a sinistra del PD non si può dire che si danni l’anima per ricrearsene una, ripartendo dall’opera di Gramsci. Certo, oggi a Roma si svolge un convegno su Gramsci  promosso da Sinistra italiana e organizzato dal professor Michele Prospero. Speriamo ne esca fuori qualcosa di buono.

Di certo è che, come scrive Angelo d’Orsi autore di una nuova recente biografia per la Feltrinelli (dopo quella storica -di oltre 50 anni fa- opera di Giuseppe Fiori), Gramsci è stato autore di una ricerca politica e culturale originale e senza precedenti (e nemmeno seguenti a lui stesso) in cui ” Non c’è un argomento dello scibile umano di cui lui non si sia occupato”, scusate se è poco, ed è davvero imperdonabile non attingervi, di non farne tesoro.

In quei libricini (I famosi Quaderni) che cominciò a scrivere dal 1929 nel carcere di Turi, hanno trovato spazio di elaborazione e riflessione: linguaggio, arte e letteratura, scuola, giornalismo, organizzazione politica ed altro ancora.

Parte del materiale da lui prodotto – a cura della Fondazione a lui intitolata- sarà in mostra nella Sala della Lupa alla Camera (di cui fu componente dal 6 aprile 1924 -quando fu eletto, sino all’8 novembre 1926 – quando fu arrestato) fino al 7 giugno e per la prima volta verranno esposti gli originali dei 33 quaderni e di cento volumi, tra libri e riviste, in possesso di Gramsci durante la detenzione. E i manoscritti verranno esposti accanto alla loro versione digitale, così da poter essere sfogliati integralmente.

Un legame stretto e fecondo con la cultura e l’arte che Gramsci  ha sempre avuto anche come giornalista, prova della grandezza della sua figura, in cui la politica ha marciato sempre di pari passo. Una cifra che ha caratterizzato molti dei grandi dirigenti storici del dopoguerra e costituito lo spessore dell’impegno politico di milioni di persone.

Qualsiasi paragone con l’oggi è assolutamente improponibile, ma allo stesso tempo -quanto accaduto- sta lì a testimoniare che la buona politica, una politica di sinistra (altro che sciocchezze del tipo destra e sinistra non esistono più) è possibile oltre che urgentemente necessaria.