I termini eroismo e pazzia rimandano entrambi a definizioni di condotte e azioni estreme, a comportamenti ex-centrici che destano l’attenzione del Clan, ne scuotono il sopore, intendendo per Clan la comunità di appartenenza all’interno della quale vigono convenzionalmente i parametri per una condotta “normale”.

Certamente eccentriche sono le azioni eroiche, gesta ardimentose compiute con “sprezzo del pericolo” da parte di coraggiosi membri del Clan, ma eccentriche sono anche le azioni compiute da chi veste, agisce, ama, si comporta in modo così difforme dalla media del gruppo tanto da essere definito folle. E allora quale differenza corre fra eroismo e pazzia?

I comportamenti  ex-centrici hanno inoltre in comune un’altra caratteristica: divengono la conferma alla regola. L’eroe incarna le virtù catalogate dal Clan e compie azioni eccezionali a tutela del Clan stesso, è eroe perché è l’unico a compiere gesta mirabolanti non alla portata di tutti (altrimenti saremmo tutti eroi e non potremmo distinguere fra noi l’eroe). Mentre il “pazzo”, negando quotidianamente la saggezza dell’omologazione, nell’adottare comportamenti diversi da quelli di tutti gli altri, rimarca la propria diversità e quindi riafferma la “normalità” di tutti coloro che si attengono a comportamenti standard e  dà indirettamente conferma delle regole condivise dal gruppo cui appartiene. Il matto, proprio in quanto elemento isolato, individuabile, additabile, è riconoscibile come diverso da me che sono normale e quindi mi conferma, nella sua alterità che il “non-bene” è altro da me, che io non sono il male, ma egli lo è in quanto lui solo è diverso da noi altri tutti. Il deviante, insomma, diviene il “garante” della normalità di tutti gli altri e svolge, indirettamente, la stessa funzione che l’eroe svolge direttamente: rafforzare la medietà del comportamento omologato.

Nelle tribù indigene del continente americano, i Conquistadores scoprirono che il matto del villaggio, non era emarginato dal Clan, viveva ben all’interno della tribù con pari diritti, malgrado la estrosità del comportamento, malgrado la follia, e arrivava persino ad avere un ruolo magico nella tribù, quasi al pari dello Sciamano ed era sacrilegio l’assassinarlo. Di contro l“eroe”  era colui che esaltava invece, superlativamente, le doti di omologazione socialmente richieste per appartenere alla tribù e per goderne della protettiva cittadinanza. Entrambe le figure, risultavano funzionali alla conferma della medietà comportamentale dei membri del Clan.

Non dissimili sono i canoni distintivi delle nostre moderne aggregazioni sociali che qualcuno chiama democrazia, per distinguerle da altre aggregazioni dove la prevalenza del più forte si manifesta senza i simulacri degli apparati partecipativi.

Eroe è la persona di grande valore e coraggio che in imprese guerresche o particolarmente rischiose, dà prova di grande abnegazione e di dedizione alla virtù o al dovere. Colui, cioè, che esprime con tal veemenza la identità del gruppo da riuscire a compiere imprese “pazzesche”, imprese, cioè che se fossero orientate in direzioni difformi da quelle indicate dal potere sarebbero, appunto, cose da pazzi. Eroi furono considerati Muzio Scevola che si bruciò la mano per aver mancato Porsenna, Orazio Coclite che da solo difese il Ponte Sublicio, Ercole che sollevava le montagne, il minatore piemontese Pietro Micca, kamikaze ante litteram, che fece saltare la galleria sacrificando la propria vita per salvare gli Spagnoli dall’assedio dei Francesi a Torino (senza dimenticare che fu un eroe per gli Spagnoli, ma un traditore italiano di merd per i Francesi).

Ma quel tale che dalla finestra sparò su 14 passanti prima di rivolgere l’arma contro se stesso, era un pazzo o un eroe? E quello che mise le bombe alla stazione di Bologna? E quelli che dalle montagne combatterono contro i nazisti sapendo bene a quali torture andavano incontro se catturati, erano degli imprudenti? Dei pazzi o degli eroi?

L’impresa straordinaria, insomma, ha valore in sé per la sua estrema eccezionalità oppure invece il suo valore è relativo, cambia in base alla interpretazione che il potere riconosciuto dal Clan ne fa derivare? Micca era un pazzo o era un eroe? E Coclite? E Balilla che nella retorica fascista lanciava da solo il sasso contro l’odiato invasore straniero? E Davide che sfidava, pazzo piccoletto, da solo, il gigante Golia? E chi ha avuto il coraggio di fare il sindacalista nella Sicilia della Mafia, potere comunemente riconosciuto da parte dei Siciliani, è un matto o un eroe? E giornalisti come Siani in Campania e De Mauro in Sicilia? E Antonio Gramsci? Pazzi o eroi? E Falcone e Borsellino, ridotti a icone dell’agiografia italiota che il comune cittadino, pur scappellandosi alle liturgie, si guarda bene dall’imitare? E come mai gli italiani conoscono i nomi e le gesta degli eroi del West americano e misconoscono del tutto l’eroismo domestico dei partigiani italiani? Stando alla definizione che il Devoto Oli dà della parola eroe, se dovessimo fermare il nostro giudizio sulla asettica valutazione della eccezionalità del gesto, dovremmo, tutti, convenire che i kamikaze autori degli spaventosi attentati che stanno insanguinando il mondo sono degli autentici eroi, che con sprezzo del pericolo e dimentichi della propria sorte danno la vita per la causa. Questo è ciò che pensano quelli che stanno dalla parte di quella causa; per noi, invece, questi “pazzi” non sono eroi ma sono degli ignobili terroristi.

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, diceva Brecht e sventurate devono essere un po’ tutte le terre, visto che il potere ha bisogno in ogni dove di eroi funzionali ad additare la strada maestra ai governati e di matti per porre all’indice la via sgradita.

È sempre il potere a stabilire se un comportamento sia da classificarsi fra le gesta eroiche, favorevoli cioè al pensiero dominante, oppure debba essere rubricato fra la follia degenerativa di singoli devianti, oppure del tutto taciuto come le pagine di Storia della Resistenza italiana.

La retorica celebrativa sovietica eleggeva “operaio dell’anno” quei faticatori che nella fabbrica avevano prodotto più bulloni di tutti gli altri; i nostri eroi invece sono quelli che segnano più gol nel campionato di calcio. E il consenso sul giudizio – se pazzo deviante o fulgido eroe – viene creato dal potere, a specchio della comunità che lo ha espresso. Tutti in Italia si scappellano, al segnale convenuto, davanti alla tomba di Giovanni Falcone, ma tantissimi in fondo al cuoricino pensano che se si faceva i fatti suoi …  Un collaboratore di giustizia in Calabria viene considerato un eroe o un infame? E in quelle regioni il potere reale è detenuto dallo Stato oppure da altre entità? E quindi il metro di valutazione della omologazione, colà, a quali valori è ispirato?

Dipende, tutto è relativo.

Ma non facciamoci sentire dalla Chiesa che di relativo conosce solo i pronomi, che dei fascisti disse esser mandati dalla Provvidenza e che i Partigiani mai benedisse.

E ci dobbiamo pure accontentare.

Intanto si avvicina il settantaduesimo 25 aprile che sarà commemorato, nell’indifferenza generale, da quattro bandiere e tre retorici discorsi prima della pubblicità.