La neve livella e ovatta ogni cosa, rende tutto più dolce e silente. La neve rende simili le cose tra loro. I giorni imbiancati s’assomigliano tutti. Ma la sera del 28 gennaio 1972 a Milano fu una sera particolare, davvero diversa: la sera in cui Dino Buzzati se ne andò via per sempre, non fioccava solo la neve: nella tormenta scendevano fitti, mescolati con l’aria, minuscoli demoni e speranze svanite. Neve e demoni cadevano fitti su Piazza Cavour, sul Naviglio, su via Solferino. Il Duomo era bianco come il Cadore d’inverno. Nessuno li vide, ma è certo che elfi e folletti, gnomi e fantasmi, accorsero curiosi per vedere quel catafalco, per spiare la morte che Buzzati non avrebbe mai raccontato. Accorsero anche per rendere omaggio a chi da sempre sapeva di covare il tumore che gli era stato predetto da creature infernali .“Voglio vedere che colore ha la morte”, aveva detto  alla moglie Almerina, chiedendo uno specchio, quella mattina del 28 gennaio. Spirò alle 16.00. In un’assolata giornata di febbraio dell’anno prima, scendendo con gli sci la pista di Mietres, era stato perentoriamente  avvertito dal male. Da quel momento il dialogo con il buio e la sua analisi, diventarono elementi sempre più costanti del pensiero buzzatiano. Le tenebre adesso gli parlavano chiaro, come mai avevano fatto, ed erano venute  per carpirgli  il respiro, lasciandolo solo  con la sua dignità. L’ aveva mantenuta in ogni  momento e ai medici, in evidente imbarazzo, aveva detto: “ Non volete saperne più di me che ho studiato la morte tutta la vita? ”. Mentre il cancro lo svuotava, s’allontanava dolcemente dalle care cose e dagli affetti, senza evidenti timori: “ E’ tutta la vita che scrivo della morte e non posso permettermi di averne paura”. Questo naturale adattarsi all’idea di morire, però, non deve trarre in inganno: la fede in Buzzati non è dogma assoluto. La sua è un’attesa del nulla.  Egli guarda all’abisso, scorgendo nel baratro soltanto “smarrimenti  ineffabili”. Decodificatore dell’arcano, perennemente misterioso, Buzzati sente l’esistenza  costellata di ombre: la vita stessa  sarebbe ai limiti del sopportabile  qualora fosse vera. Invece è un sogno. Solamente sogno, mescolato a terrore e incantamento, al quale si è costretti a credere: “Ma il tempo è fermo sempre  lo stesso giorno”. Contro di esso ingaggiò la sua ultima guerra privata. Il male lo assedia, non può lavorare e muore più in frette anche per questo. Così annota ne  “I lenti messaggeri”: Una goccia che scava, scava finchè lui si rende conto della condanna”. Così da quella sera in cui Buzzati morì, i geni del Bosco Vecchio, il vento Matteo, Giovanni Drogo, Dorigo, Laide, continueranno a vivere autonomamente affidati alla storia del ‘900, simboli magici d’una realtà invisibile fatta di dubbi e presagi  di partenza. Lo scrittore bellunese aveva captato la voce dei morti e i loro fluidi -presenze definitive  –  e, scrutando l’orizzonte infondo ai tramonti, come una sentinella, aveva atteso la morte per tutta la vita . Da sempre si era sentito a sua disposizione, destinatario attento  ai messaggi premonitori. Lucidamente aveva aspettato che il “reggimento” partisse , pur ignorandone la destinazione. Anche le sue ossessioni  erotiche  conducono inesorabilmente  al tema decadente della morte: “O morte, o morte / Dono sapiente  del dio / Da te  le gioie del mondo / Anche l’amore”. E della morte scrisse  per tutta la vita, stabilendo un antico rapporto col raccontare. Fu pubblicista appassionato del “Corriere della Sera” dal lontano 1928: rimase legato alla testata milanese, ininterrottamente, sino alla morte, ad eccezione di un breve  periodo postbellico. Nella lunga militanza  come redattore  del giornale  di via Solferino,  innamorato del suo mestiere,  aveva annotato  con grafia infantile  eventi  grandi e piccoli  della vita di Milano. Una Milano, la sua, più gotica provincia che metropoli  frenetica , capace  di stupirci con la cronaca  trasformata in favola. Imperturbabile  testimone dei fatti, Buzzati custodiva nel cuore , scrigno magico,  enigmatiche storie altre, che lo riconducevano all’incanto della fanciullezza. Anonimi  delitti di periferia prendono una  solida struttura narrativa, affascinando il lettore  che impara a riconoscere l’inconfondibile stile del cronista. “Sapessi come mi piacciono queste cose; non immagini neppure”, confessò ad un amico. Era stato in un triste condominio ai margini del mondo e,  per i lettori,  aveva annotato la morte violenta  di una donna  rinvenuta in un armadio. E la casuale crudeltà della vita  gli dettò poi due articoli , rimasti memorabili per efficacia e qualità poetiche: “Il  trionfo della morte”, sulla sciagura di Albenga  che nel ‘47 costò la vita  ad oltre quaranta bambini  di una colonia, e quello  sullo schianto dell’aereo nel quale perì il  “grande Torino” di Valentino Mazzola a Superga nel maggio ‘49. La tragica collina diviene un luogo buzzatiano. L’attività giornalistica, pur essendo un’utile base  per inventare delle altre storie, rimase sempre autonoma attività: non ci fu mai prevaricazione della cronaca sulla letteratura e viceversa. Buzzati  parlò di modo narrativo  “fantastico più cronistico”. Fu inviato speciale, corrispondente di guerra  in Africa (pacificazione italiana della Libia) e, sin dagli inizi  della seconda guerra mondiale, s’imbarcò  sull’incrociatore Fiume. Tramite il suo racconto le bombe di Matapan  diventarono leggenda, sospesa tra cronaca e fantasia. Era stato anche in Etiopia, da lui definita  “Come un favoloso western”. Gli altipiani etiopici  suscitarono emozioni riconducibili a quelle della sua montagna, autentica passione del Buzzati valligiano: “Dentro di me c’è la luce delle montagne […] cattedrali incantate”. Sono le Prealpi bellunesi a provocargli sin da bambino emozioni fortissime, diventando  elemento cardine del mondo letterario — pittorico che lo scrittore della Val Belluna  andò sviluppando: “L’unico punto fermo della  mia vita era la passione per la montagna”. E sempre alla montagna è legata  una cocente delusione. Il giornale non lo autorizzò a seguire Ardito Desio sul K2, decisione  alla quale non gli fu facile rassegnarsi. Buzzati ebbe dunque una vera vocazione per quegli scenari estremi (monti, deserti, oceani), paesaggi di frontiera tra il vero e l’immaginabile, architetture naturali e sognate, autentico sollievo dalla incombente ansia esistenziale. Egli gioca con il brivido inquietante dell’ignoto e lo trasmette tramite misteriosi fruscii, rumori improvvisi dietro la porta, fioche lucine lontane. Atmosfere che fanno pensare a certi dipinti di Renè Magritte, atemporali e sospesi, in cui le lucette sporadiche illuminano  piccoli ambiti,  mentre tutto il resto è fasciato dall’ombra:  “Il buio, il freddo, il vento. Inverno. La piccola finestra di colore rosso lassù tra le folate di nebbia , chi sarà?” La sensibilità visionaria permette a Buzzati di cogliere dalla vita, per esorcizzarlo, l’aspetto più vero: il mistero. Come sostiene Giuliano Gramigna : “Rimane una realtà addormentata dalla sua narrativa: la morte, l’amore, i dubbi, le debolezze; tutto fu ridotto al fiabesco per lenire quanto vi è di più straziante nella nostra esistenza”. Per cercare d’interpretare la vita, quindi, Buzzati pone dubbi e  traendo nutrimento dai sogni, tenta un’analisi del quotidiano sempre più incisiva e profonda. Pertanto, il superficiale paragone con Kafka (azzardato da alcuni critici) , appare al quanto arbitrario: Buzzati rileva l’anormalità nella realtà, mentre il grande scrittore praghese  edifica una realtà alternativa. Accostato dagli studiosi ai nomi di Bontempelli, Pirandello, Landolfi, Lisi, Calvino, l’autore bellunese , anima gotica, amò E.A. Poe, Hoffman, la  Mansfield de “La mosca”, Thomas Mann de “La montagna incantata”, mentre fondamentali per la sua formazione erano stati Dickens, Kipling, Conrad, i russi. Autorevoli protagonisti della cultura del ‘900 individuarono in Buzzati il germe della genialità: Prezzolini gli attribuì il grande merito di aver fatto ciò che alle avanguardie non era riuscito, “Ossia prendere dal basso un genere  volgare e portarlo in alto”, come si fece nel passato (gli  “Orlando innamorato”, “Furioso”, ecc..); e Buñuel che, affascinato dal racconto “Sette piani” (divenuto poi in teatro “Un caso clinico”), manifestò l’intenzione di volerne ricavare un film. Dino Buzzati, personalità eclettica e poliedrica, formidabile inventore di storie e nomi propri, fu anche pittore. Non uno scrittore che dipinge, ma un artista tout court, capace d’una raffinata fusione di linguaggi, componenti di un’unica espressione. La scrittura è un prolungamento della pittura: “Insomma sia quando scrivo , sia quando dipingo, io faccio la stessa identica cosa”. Buzzati e la sua “segnaletica funebre” per dirla con Piovene, non hanno un limite espressivo: il dipingere  è per lui attività importantissima e originaria: “Più tardi provai gusto anche a scrivere”. Certa critica, però, crocianamente  bloccata, non riuscì ad incasellarlo in un genere, negando  il giusto riconoscimento a quella dirompente energia fantastica propagata da tele e disegni. Le sue donnine tra algofilia e sogno, inguainate nel latex (Un utile indirizzo), torturate dai mori (Schiave dei mori) o da insetti giganti (Pericolose canaste), sistemate in acrobatiche pose, fanno di Buzzati un precursore in Italia di quel filone “bizzarre”  che oltreoceano annoverava prestigiosi adepti “sotterranei” (I. klow, J. Willie) già sul finire degli anni ’40. E quando fu accusato di “chirurgismo sadico”, anche se rammaricato, continuò imperturbabile e schivo, a lavorare al di fuori da ogni moda. Fedele al suo aspetto di tranquillo borghese (“Era un perfetto gentiluomo, affabile ma non troppo espansivo”, come disse di lui Montale), rifiutò ogni forma di snobistica mondanità, preferendo frequentare balere d’infimo rango piuttosto che salotti letterari. E come testimoniatomi anni fa da Nico Naldini, mai Buzzati rinunciò alla sua composta eleganza curata in ogni dettaglio. Un’alta intensità poetica, il nostro autore la raggiunse  con “I miracoli di Val Morel”:  trentanove ex voto di un immaginario santuario “ Che non esisteva ma che in fondo poteva anche esistere”, con i relativi  miracoli altrettanto immaginari. Un certo sconcerto, invece, causò nel compassato  mondo letterario  nazionale “Poema a fumetti” nel quale Buzzati, ribadendo la sua fedeltà al convincimento che “E’ la vita ad imitare l’arte e non viceversa”, fa letteratura per mezzo del disegno dando corpo  ad un universo altro, ricco di segnali e premonizioni tutti ancora da decifrare.

 

Claudio Vino