Don Carlo, ne siamo certi, sorride soddisfatto dal Paradiso dei calanchi ( Aliano ) dopo aver guardato quel pubblico raccolto nel piccolo ”Teatro al Sasso” dove gli attori di Talia Teatro, guidati e ispirati da Antonio Montemurro, hanno rappresentato in maniera originale il suo ”Cristo” che si è fermato nelle altre stazioni della via Crucis del meridionalismo. Se i ragazzi ,infatti, imparassero a conoscere la storia dalla viva voce dei protagonisti guarderebbero al futuro con meno precarietà. E se la mediocre classe politica del Bel Paese e della “Basilicata’ ,svenduta per il classico piatto di lenticchie, risentisse i dialoghi e i commenti di ” contadini e luigini” del Cristo di Carlo Levi, di certo sarebbero indotti al ”mea culpa” per le tante occasioni mancate…Matera 2019 compresa. Ma con i ”se i ma la storia non si fa…” e allora quel ” Cristo qui non è disceso…” tratto dal ” Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, rappresentato in maniera efficace ed immediata dai valenti attori di Talia Teatro, costituisce un valido esempio di come rileggere i classici della cultura meridionale e internazionale. Per farla breve una pagina di buona pratica, fatta di dialoghi, commenti, di letture dell’opera leviana attraverso la voce, le movenze, le espressioni dei protagonisti del tempo per capire da dove veniamo e perchè siamo finiti nella melassa dell’ipocrisia, dell’inconcludenza e e degli slogan elettorali del ”faremo, diremo” e intanto siamo alle pezze. Nel microcosmo di Aliano l’amara rassegnazione dei contadini con coppola e mantella che spaziano dai ricordi del brigantaggio all’emigrazione indicando come capitale non Roma (dove stanno quelli del potere) e nemmeno Napoli, ma New York. E i conti tornano con l’emigrazione di oggi dei nostri giovani che vanno all’estero, forse per non più tornare, con trolley e tablet al seguito, mentre in Basilicata avanzano spopolamento e invecchiamento della popolazione, malattie, frutto di uno modello economico ”subìto e accettato” e tanta precarietà. Ma l’Aliano dell’epoca del confino è anche un microcosmo dell’invida e delle aberrazioni del potere, che vuole tutti proni e pronti al consenso ma ”senza dare problemi” come ricorda il Podestà nel suo atteggiamento paternalistico…Un modus operandi erede di quel ”familismo immorale ( il sociologo statunitense Banfield che lo descrisse negli anni Cinquanata ci perdonerà per la forzatura ) che continua tutt’ora nel solco di una cultura feudale di favori, ricatti e vassallaggi del potere per il potere. Una regione di demoni, più che di Monacelli o di ”Angeli” dalle ali e dalle anime e dalle mani macchiate da interessi usurai, che gestisce un consenso da teste di legno. Guardatevi intorno, guardate il rapporto squilibrato di campanile tra Potenza e Matera (con il silenzio assenso di quanti lo favoriscono) e non potrete che scuotere sconsolatamente il capo. E poi c’è la comunità di vinti come don Trajella, artista ma punito dalla Chiesa per essersi preso alcune libertà con i ragazzi del seminario, o di invidiosi con i ruffiani della medicina che vedono di ”malocchio” come la serietà e l’innovazione di un medico ”non praticante’,’ ma volentoroso, come don Carlo possa togliere loro consenso e potere. E la cosa fa il paio con il racconto verità della sorella di Levi,Luisa, interpretato con una forte capacità espressiva da Patrizia Minardi, sulla discesa agli Inferi nei rioni Sassi e l’incontro con le malattie dei bambini che le chiedevano con insistenza il ”chinino” per curarsi dalla malaria. Un contrasto tra vita ed esigenze della popolazione e potere: ieri la fallimentare guerra d’Africa di Mussolini e oggi gli slogan del milione di posti di lavoro precari a termine, delle tasse e dell’evasione fiscale da abbattere, dell’assenza di una politica industriale degna di tal nome e dell’emigrazione continua. Senza dimenticare, per restare nella Sanità, che molti ( e ritorniamo alle fasce deboli) non possono curarsi per i costi dei servizi sanitari e di una politica accentratrice di funzioni che tiene conto più delle posizioni di comando, che dei servizi all’utenza.Tutto negativo? Restano i dialoghi, le considerazioni, le provocazioni e il rapporto di don Carlo con la sua ”Lucania” e, in particolare, con la avvenente ”santarcangiolese”, riottosa inizialmente a posare per un ritratto, ma rotta a tutte le esperienze della vita che tra fatica, magia e sfrontatezza si rimbocca le maniche per ricominciare daccapo, ragionando con la propria testa ma senza portare il cervello all’ammasso, per usare un termine agricolo. Ci piace questa provocazione che auspichiamo possa essere raccolta dalla gente di Basilicata, quando è chiamata a decidere del proprio futuro. E merito va a “Carlo Levi, Antonio Montemurro (autore del lavoro ndr)che ha preso sottobraccio lo spettatore,per presentargli personaggi di ieri che per certi versi, ma in un contesto diverso, troviamo ancora oggi. Guardatevi intorno … il contadino, Franco Burgi,Don Luigino il podestà, Marco Floridia l’arciprete dal corpo curvo don Traiella, Alessandro Venturo, sua sorella Luisa, Patrizia Minardi e la santarcangiolese, Chiara Zaccaro. Accanto a loro, ma fuori, nel teatro del quotidiano, troverete anche i venditori di fumo e gli Angeli dalle mani e dalla coscienza sporca. Statene lontani , tirate dritto, pensate e agite con la propria testa.Carlo Levi lo ha detto e lo ha scritto.