Se non fosse per Pietro Andrisani, fine musicologo con la passione di divulgare con entusiasmo e costanza tutto quello sa e ha conosciuto nella sua lunga carriera e vita in quel di Napoli, capitale de Mezzogiorno e del vecchio Regno delle Due Sicilie, personaggi come Giuseppe Saverio Poli sarebbero rimasti negli scaffali impolverati di una biblioteca o tra le note degli spartiti di un appassionato. La cultura meridionalistica materana…ed europea annovera Poli tra le figure più interessanti del secolo dei lumi e il maestro venerabile ce ne parla in occasione del secondo anniversario dell’innalzamento, a Matera, delle colonne della loggia massonica ‘’ Quinto Orazio Flacco’’ del Grande Oriente d’Italia. La ricorrenza è caduta il 5 marzo scorso, ma non era affatto il caso parlarne nel calderone dei dati e dei commenti della campagna elettorale delle politiche 2018. Il Paese, comunque, aldilà dei limiti e dei problemi di una legge elettorale da rivedere, ha offerto una bella prova di democrazia e di partecipazione.E con l’auspicio che questo valore sia affiancato, come abbiamo ribadito in altre occasioni, a quello dei momenti e dei protagonisti fondanti della Costituzione, ai quali hanno dato un prezioso contributo e continuano a darlo anche tanti iscritti alla Massoneria. E Giuseppe Saverio Poli, “libero muratore, geniale scienziato e acuto e piacevole poeta del secolo dei lumi”, come scrive Pietro Andrisani, è un faro della cultura del passato per valorizzare la memoria del Mezzogiorno.

 

Giuseppe Saverio Poli

LIBERO MURATORE, GENIALE SCIENZIATO

E ACUTO E PIACEVOLE POETA DEL SECOLO DEI LUMI

Pietro Andrisani

Il 5 marzo 2018, la R:. L:. Quinto Orazio Flacco n. 1500 all’Oriente di

Matera, all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia, Palazzo Giustiniani,

celebra il secondo anniversario dell’innalzamento delle colonne, ricordando il

naturalista, letterato e gradevole poeta Giuseppe Saverio POLI, figlio di

Vitangelo ed Eleonora Corlè. Era nato a Molfetta il 24 ottobre del 1746. Da

giovane frequentò il seminario della città natale ove, poi, assunse l’incarico di

supplente della cattedra di fisica e metafisica, in assenza del titolare.

Contemporaneamente, nella sua casa in via San Domenico, n. 8, impartiva

lezioni private.

 

 

Tra il 1765 e il ’70 studiò all’Università di Padova. Dotato di un ricco

patrimonio culturale ed una immensa sete di sapere, iniziò un lungo viaggio

per l’Italia, visitando Roma, Venezia, Ravenna, Arquà e Bologna per essere

consapevole delle realtà di ordine scientifico raggiunte in quelle zone della

Penisola e, dove apprese novità scientifiche e tenne lezioni e conferenze di

fisica, geologia, geografia e astronomia. Nel 1771, è a Napoli dove

abbandona gli abiti talari, si laurea in medicina ed inizia la professione di

medico. Cinque anni dopo ebbe la nomina di professore di storia e geografia

militare, col grado di tenente

colonnello, presso l’Accademia

Militare di Napoli di cui, in seguito,

divenne Comandante.

Successivamente visitò la Germania,

la Francia e l’Inghilterra riscuotendo

ovunque grandi riconoscimenti riferiti

alla sua elevata erudizione scientifica.

Venne accreditato socio delle

Accademie di Lipsia, Francoforte,

Londra, Filadelfia e Parigi.

 

 

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Giuseppe Saverio Poli

Agli inizi degli anni ottanta, nella sua città natale, fondò una Accademia

ove insegnò scienze matematiche. Ma dovette abbandonare l’impresa per

rientrare nella Capitale, chiamato da Ferdinando IV di Borbone che lo aveva

prescelto a precettore di suo figlio Francesco, duca di Calabria.

Nell’occasione venne decorato Commendatore dell’Ordine di San Ferdinando

e del Merito. Nel medesimo tempo è nominato medico del Regio Ospedale di

Santa Maria del Popolo, conosciuto anche col nome di Arcispedale degli

Incurabili. Nel contempo il re lo volle membro del Consiglio di Stato con

funzioni di vice presidente.

Nel 1784 lo si trova Libero muratore tra i Fratelli della Gran Loggia

Provinciale del Regno di Napoli e Sicilia, che aderiva alla Gran Lodge of

England (Gran Loggia d’Inghilterra) ed è membro attivo nel Cenacolo

latomico dei fratelli Antonio e Domenico de’ Gennaro, rispettivamente duca di

Belfiore e duca di Cantalupo.

Nella sua laboriosa vita continuò a pubblicare testi di scienze naturali a

raccogliere reperti geologici e zoologici, a ricevere titoli, onorificenze, incarichi

di pregio tra cui il ruolo di Comandante della Reale Accademia Militare della

Nunziatella, ambita scuola nella quale e per la quale hanno studiato e ben

operato eminenti docenti di terra lucana. Fra i quali ricordiamo l’abate filosofo

e riformista illuminato Onofrio Tataranni (1727 – 1803) da Matera, il chimico e

fisico Filippo Càssola (17921869), da Ferrandina, Don Carlo Rocchi da

Carbonei, il matematico Pietro Paolo Tucci (1790 – 1875) da Vignola, lo

scienziato carmelitano Francesco Michele Granata (17481799) da Rionero,

l’ingegnere dell’Arte Militare Giuseppe Parisi ( 1745 1831) da Moliterno,

Comandante che della Nunziatella diresse i primi passi.

 

 

Michele Granata da Rionero in Vulture

Ubicata sul più bel sito che vi sia sulla collina di Echia per lumeggiare

nell’amenissima Casa dell’ex noviziato dei Gesuiti a Pizzofalcone, la Real

Accademia Militare della Nunziatella, detiene una delle ultime fiaccole accese

dal secolo dei lumi, nel Regno delle Due Sicilie. Fondata nel 1787 e posta

sotto la sorveglianza di un ispettore e la direzione di un comandante,

prevedeva un piano di studi reso armonico da materie atte a perfezionare fino

alla massima eleganza la lingua latina, la italiana, la francese e a formare

abili, dotti e perfetti militari.

Tra i comandanti e i docenti della Real Accademia Militare della

Nunziatella e gli ex cadetti, oltre agli ingegneri della guerra, ai luminari delle

scienze, ai letterati e agli attenti storici, si segnalarono librettisti e musicisti,

talenti di artisti che si dichiaravano dilettanti, nel senso che componevano per

diletto. Ai primi appartiene Giuseppe Saverio Poli, ai cultori di Euterpe, Carlo

Acton, Emmanuele de Roxas, Michele Enrico Carafa, principe di Colobrano.

 

La Nunziatella Michele Carafa principe di Colobrano

(1787 1872)

Giuseppe Saverio Poli (Molfetta, 1746 – Napoli, 1825), medico,

istruttore del principe ereditario, titolare della cattedra di scienze naturali

all’Università federiciana, Presidente del Real Convitto Militare (1801-‘02) e

della Real Accademia Militare della Nunziatella (1803 – 1805) col grado di

Tenente Colonnello, socio delle più importanti Accademie scientifiche e

letterarie napoletane ed estere, Consigliere di Stato in Terra di Bari, conciliò i

gravosi impegni di lavoro scientifico e didattico col diletto della poesia in

lingua e nei dialetti napoletano e siculo.

I versi in lingua furono dedicati prevalentemente al mondo marino e

planetario, ai meravigliosi siti del golfo della sirena Partenope ed a lieti

avvenimenti di natura politica e domestica. Nell’idioma napoletano aprì un

concettoso dialogo fatto di sonetti epistolari col giureconsulto e poeta Nicola

Valletta (Arienzo, Ce, 1748 – Napoli, 1814) che chiedeva lumi a Poli, esperto

in quel campo per aver studiato e scritto sui fenomeni tellurici vesuviani, sulle

cause del terremoto che l’8 luglio 1805 aveva disastrata Napoli e provincia.

Con l’abate-poeta e libero muratore Giovanni Meli (Palermo, 1740-

1815) tensonò in dialetto siciliano mediante coloriti sonetti e strofe tetrastiche

di pentasillabi.

Nell’espressivo vernacolo siciliano il Poli compose la Scialata a

l’Astracheddi, poemetto col quale descrive una nota trattoria della Marina di

Palermo che portava questo nome e nella quale gli avventori gustavano piatti

prelibati a base di pesce e frutti di mare. Il Poli, nella Scialata, all’interno delle

venti quartine, con armoniosi giochi ritmici, alterna vivaci settenari sdruccioli,

piani e tronchi. A differenza della nota canzone-tarantella Lo Guarracino ove i

pesci guizzano, amoreggiano, rissano nell’acqua di mare, qui la fauna marina

è immobile, adeguatamente cucinata e condita, festevolmente ornata, pronta

per le sfavillanti e succulenti portate.

Ma il piatto forte dei versi poliani è raffigurato dalla poesia per musica:

arie da camera, cantate encomiastiche, inni, parafrasi su canti biblici.

L’aria Pace serena e stabile col suo stile tranquillo e suadente sembra

sia stata composta dal Poli per fare da tenue substrato canoro quando a casa

sua, in via San Potito, invitava alcune dame ad osservare i pianeti col

telescopio posizionato sul proprio terrazzo; la musica – voce, violino ed arpa –

fu composta dall’amico Marcello Perrino (Napoli, 1750 ca. – dopo il 1816),

prete secolare, poeta, musicista dilettante, storico, direttore amministrativo

del Real Colegio di Musica San Sebastiano, divenuto assai famoso, nel 1806,

per aver composto e fatto rappresentare al teatro San Carlo, la Cantata a

Giuseppe e Gioacchino Bonaparte.

Ore volubili e La Solitudine, dedicata a Maria Isabella, duchessa di

Calabria, sono due pregevoli carmi che il comandante Poli compose [profilo

esoterico] per la musica del M° di Cappella Luigi Capotorti (Molfetta, Ba, 1767

– Napoli, 1842); il quale poi musicò altri due impegnativi lavori poetici di

natura religiosa del Tenente Colonnello molfettese: l’Inno All’Onnipotente

Iddio Fattor del Mondo (che suona come implorante preghiera Al Grande

Architetto dell’Universo) e la vibrante parafrasi del Salmo L, Da Te, mio Dio,

misericordia invoco.

Per festeggiare il fausto avvenimento della nascita del principe

ereditario Ferdinando, avvenuta a Palermo il 12 / 1/ 1810, il Comandante Poli

compose La Gara di Gloria. L’argomento poetato è S. A. R. Maria

Clementina d’Austria, Principessa ereditaria delle Sicilie, nata in Toscana,

fattasi adulta in Vienna, venuta Sposa in Napoli e dimorante attualmente a

Palermo […]; questi siti sono simboleggiati, rispettivamente, dai personaggi

Arno, Istro, Partenope e Trinacria. La musica fu composta dal promettente

giovane M° di Cappella napoletano Raffaele Orgitano (Napoli, 1780 – Parigi,

1812) a cui Giuseppe Saverio indirizzò un piacevole sonetto encomiastico; ne

trascriviamo la prima quartina:

Se Orfeo con dolce armoniosa lira / Dalle foreste le più cupe, e nere, /

E cervi, e dame, ed orsi, e tigri, e fere / A sé richiama, e con stupor ritira.

Sempre a Palermo, ma nel Regio Giardino di Sua Altezza Reale,

Principe Don Leopoldo, nel 1815, dopo il riacquisto del Regno di Napoli, il

comandante Poli fece rappresentare una delle sue più avvincenti cantate

sceniche per le sue stimolanti simbologie, La Concordia Felice, con musica

del M° della Real Cappella panormita, Francesco Piticchio (Palermo, 1750

  1. – dopo il 1815). I personaggi sono la Concordia, Partenope e Palermo.

Alla cantata seguirono due Mascherate, sempre con versi del comandante:

nella prima agiscono Cerere, e ‘l Sebeto, indi Partenope e Trinacria insieme

avvinte dalla Concordia nell’atto che si presenta alla Maestà del Re Nostro

Signore; la seconda un novello Prode Tancredi (il cardinale Ruffo?) che

venne La Patria a liberar dal Moro infido. / L’onor. L’amor fur sempre / La

grata sua divisa; / E la Gloria, e l’Onore / Arriser sempre al suo marzial

valore.

Nel 1797, per festeggiare l’arrivo a Napoli dell’arciduchessa Clementina

d’Austria, principessa ereditaria delle Due Sicilie, il professor Poli, scrisse I

Desideri Appagati, cantata per soli, coro e orchestra, messa in musica dal

maestro della Real Cappella palatina, Giovanni Paisiello (Taranto, 1741 –

Napoli, 1816). Ne furono interpreti le principesse Maria Cristina, Amalia e

Maria Antonietta che interpretarono rispettivamente Dorinda, Elpina ed

Erminia. L’opera, che evoca ambienti, fatti e personaggi dal sapore arcaicopastorale,

venne rappresentata nei teatri di corte di Napoli e di Caserta.

Anche la cantata L’Avventura benefica (1800?), che il poeta

molfettese dedicò alla regina Maria Carolina serbando, come è dovere, i

sentimenti della più illibata morale, venne rappresentata nei due teatri di corte

di Napoli e di Caserta. I personaggi dell’opera sono il guerriero Alfredo (El

Cid), padre di due nobili donzelle (Delia e Licori) che per una guerra ferale in

atto sono costrette a vivere in una rimota, e solitaria foresta e due loro

provvidenziali salvatori (Nerino e Cireno), nobili giovanetti, che vanno in cerca

di piante, e d’altre simili produzioni della Natura. I protagonisti celati del

lavoro poetico-musicale sono simboleggiati dalla flora e dalla fauna; dalla

foresta accidentata e dalla costanza; dalla sempre giovane speranza e dal

trionfo finale; dall’onore, dalla nobiltà di sentimenti, dalla gloria del guerriero

fedele alla sua Patria e al suo Re.

Gli episodi danzati dell’opera furono coreografati da Francesco

Montani; tutta la musica venne elaborata dal celebre sopranista Giuseppe

Millico (Terlizzi, Ba, 1737 – Napoli, 1802), che allora ricopriva, a Napoli, il

ruolo di virtuoso della Real Cappella, della Real Camera e di maestro di canto

delle principesse Maria Teresa Carolina, Maria Luisa Amalia e Maria Cristina

Teresa (nel contempo impartiva lezioni di canto, di clavicembalo e di

composizione a Emily Lyon, conosciuta come Lady Hamilton).

Nella prefazione all’opera il comandante Poli scrisse che Giuseppe

Millico quando compose questa eccellente Musica, era già del tutto cieco.

Nullameno non solamente egli l’insegnò alle LL. AA. RR., ma stiede al

cembalo in quella sera, in cui se ne fece la rappresentazione. Lieve pregio

per altro fra i molti di maggior valore, ch’egli possiede, quali sono le belle, e

sode virtù del suo cuore.

Nel medesimo periodo il non vedente Maestro terlizzese potè bearsi

alle bellezze del mondo creato con la lente del carme poliano, l’edificante

Inno al Sole, a cui diede una luminosa veste musicale, coerente al testo

letterario, imperlata di eleganti melodie, di vibranti accenti lirici sostenuti da

un leggiadro linguaggio armonico e da una strumentazione sobria,

trasparente, dai timbri squisitamente poetici, dai coloriti eminentemente

pastorali, dalle atmosfere tipicamente agresti.

La storiografia sostiene che l’uomo, fin dai tempi più remoti, ha

modulato al padre Sole inni di tipo idilliaco come quello degli Zuňi (Oh,

ascoltate la voce del dio Sole), indigeni dell’America settentrionale; filosofico

come quello che Tommaso Campanella (1568 – 1639) compose nella

prigione di castel Sant’Elmo; esoterico come l’adespota Mentre Febo governa

il mondo sensibile che Novello de Bonis, nel 1683, stampa in una edizione

dell’Arcivescovato di Napoli; trionfalisticamente radioso come quello della

giovane Iris nell’omonima opera di Luigi Illica (1857 – 1919) e di Pietro

Mascagni.

‘O Paese d’o Sole, patria di quel dio dalla gioventù eterna, l’Ebone di

origine egiziana (figlio di Osiride) ma di lingua greca (Ebo), se n’è fatto uno su

misura: ‘O Sole mio, che resta il più popolare di tutti.

Dalla seconda metà del secolo XVIII e per tutti i primi cinquant’anni di

quello successivo nelle cantate encomiastiche e nelle opere eroiche diGiacomo Tritto (1733 – 1824), di Domenico Cimarosa (1749 – 1801), di

Gaetano Andreozzi (1755 – 1826), di Giovanni Mayer, rappresentate nei teatri

del Fondo di Separazione e del San Carlo, l’inno al Sole vi compare come

parte accessoria, solo Giuseppe Saverio Poli ed il terlizzese Giuseppe Millico

ne composero uno come opera autonoma. Composto per recitarsi alla

presenza delle loro Altezze Reali l’Inno al Sole di Poli e Millico risulta una

sorta di canto di ringraziamento alla Stella fonte di luce, di vita e di energia.

Con la lucidità del pensiero, col raffinato gusto che gli erano congeniali

Giuseppe Saverio Poli nell’Inno al Sole, ammiccando Orazio, evoca e idealizza

la bellezza ed il miracolo dell’evoluzione della fauna e della flora.

____

i

L’abate Carlo Rocchi, nacque in Carbone (Potenza) il 5 settembre del 1771. I suoi genitori,

il medico Giovanbattista e Paola Ciaramella, si adoperarono affinché il ragazzo intraprendesse la

carriera ecclesiastica. Nel ’97, dopo aver celebrato la prima messa, il giovane prete si guadagnò,

lestamente, la fama di valente latinista e di esperto oratore di quaresimali. Nel 1806 un suo

estimatore, il Tenente Colonnello Giuseppe Parisi, gli offrì la cattedra di Letteratura e Storia nella

Reale Scuola Politecnica Nunziatella, incarico che il Rocchi accettò di buona voglia e che

nonostante i capovolgimenti politici, onorò senza interruzione, fino al 1839, meritando la stima dei

colleghi e degli allievi.