Lo abbiamo visto,analizzato sotto tutti gli aspetti e ‘’Dogman’’ capolavoro di Matteo Garrone- come scrive Armando Lostaglio- ci riporta alla cruda realtà degli ultimi…che, come l’umile Marcello, accedono di diritto nel Regno dei Cieli. Forse perché sono ‘’cani di paglia’’ o perché sono diventati un tutt’uno con il migliore amico dell’uomo, stanchi di guaire, o che hanno intravisto un raggio di luce in una esistenza fatta di violenze, crudeltà, sopraffazioni o secondo la logica filosoia di Thomas Hobbes dell’ Homo homini lupus o del musicista blues napoletano James Senese che ‘’ O’ llup ssa mmagnata a pecurella’’ o della favola ‘’Cappuccetto Rosso’’ del francese Perrault. Filosofie, favole e storie con quel briciolo di umanità che ritroviamo nel lavoro di Garrone e Armando, tracciando ruolo e figure dei protagonisti, pesca a piene mani nella realtà meridionale e nei messaggi di celebri pellicole di maestri del cinema. Basta una sequenza per capire fatti,tragedie e intercettare messaggi di speranza che valgono una ‘’Palma’’a Cannes.

DOGMAN capolavoro di Matteo Garrone
di Armando Lostaglio

Gli fa del male, si vendica ma poi cerca di curargli le ferite da lui stesso procurate. E’ un uomo mite e tollerante Marcello, subisce offese pur di non farne: va persino in galera pur di non tradire quell’amico anomalo, malato di forza e di cocaina. E’ un rapporto a due questo capolavoro di Matteo Garrone, Dogman, ispirato a fatti di cronaca nera di trent’anni fa nella periferia degradata della capitale. E su un luogo simile ritorna il regista per un nuovo “Reality” o piuttosto per una nuova fiaba noir da “Cunto de li cunt” (che celebra Gianbattista Basile nel suo precedente film). E’ tuttavia un film cristologico questo suo lancinante viaggio negli inferi di un uomo che ama e cura i suoi cani in maniera francescana (è il suo lavoro), che adora sua figlia (da separato) e con lei viaggia su internet per una vacanza lontana che mai avverrà; e con lei fa sport nei fondali del mare, quasi a nascondersi o a cercare un tepore paterno che la realtà non sa offrirgli. Marcello compie persino il miracolo di ridare vita ad un cane assiderato; ama e non sa odiare il peggiore degli esseri viventi, quell’ex pugile Simone che terrorizza il quartiere, e che alla fine porterà sulle spalle come su un calvario che non gli darà redenzione. Il gracile Marcello mantiene una natura umana e divina, ma terrena fino alla violenza più inaudita: è un “cane di paglia”, nel senso dello Straw Dogs che Sam Peckinpah girò nel 1971 (con un prodigioso Dustin Hoffman). Così recita il Tao te Ching: “Il Cielo e la Terra non usano carità, tengono le diecimila creature per cani di paglia. Il santo non usa carità, tiene i cento cognomi per cani di paglia”. Il male è ritratto in una soggettiva asfissiante, quasi sempre in ombra: è Edoardo Pesce, volto superbo da Romanzo criminale; mentre la luce livida che ritrae Marcello effonde gioia e sofferenza, in un contesto di miseria urbana che circonda quelle vite condannate. La fotografia di Nicolaj Bruel è dunque calibrata su una sceneggiatura pressoché compiuta, scritta dal regista insieme ad Ugo Chiti e Massimo Gaudioso. Il protagonista è Marcello Fonte, un minuto attore ancorché sconosciuto che viene dal teatro: ha appena ricevuto a Cannes la Palma d’oro quale miglior attore della competizione presieduta da Kate Blanchett. Sarà degli ultimi il regno dei Cieli.