Ci fa piacere ricevere contributi, ricordi di quanti hanno conosciuto Antonio Infantino, apprezzandone esperienze, itinerari , personalità che lo hanno portato a confrontarsi, con la umiltà e curiosità che lo contraddistingueva, con le “culture’’ di  Paesi diversi. E così dopo l’intervista al collega Emilio Salierno, che ha destato commenti positivi, riportiamo il contributo dello storico locale Giovanni Caserta, amico del ‘’maestro’’ del quale ci dà una sua chiave di lettura. Tanti gli spunti e le considerazioni affidate a una recensione dal titolo ‘’ Antonio Infantino: come liberarsi del morso della taranta’’. Dal Tricarico all’Umbria al Brasile viene fuori un quadro particolare, pieno dei colori di una filosofia di vita scandita dai suoni cupi e ritmati della “cubba cubba’’.  Caserta va oltre e indica un modello ispiratore incarnato dal Nobel Dario Fo, personaggio scomodo, ironico, spesso fuori dalle righe e apprezzato per quello che era e produceva più altro che nei confini italici. Una delle tante conferme che ‘’ Nessuno o quasi è profeta in patria.’’ Il suo modello di artista –scrive ancora Caserta- fu ed è Dario Fo, con cui collaborò a più riprese. Perciò la sua Musa è il sarcasmo, la beffa, lo sberleffo, dietro cui ride il Mistero Buffo. E’ un’arte che, secondo il monito di Orazio, ridendo dicit verum. Ma è il vero profondo e perenne, giacente al di là e al di qua del vestito che si indossa o della lingua che si parla, al di là e al di qua del luogo o del tempo in cui si vive. E’ il morso della “taranta”.

 

 

Antonio Infantino:

come liberarsi del morso della taranta

di

Giovanni Caserta

 

Qualcuno ha definito Antonio Infantino “il maestro dei maestri”. In verità non c’è nessuno che non abbia i suoi maestri. Nessuno nasce con la scienza infusa. Ciò che si è, in gran parte lo si è perché si diventa. Ha il suo maestro il contadino; ce l’ha il falegname e il fabbro ferraio; ce l’ha il medico e ce l’ha  l’avvocato. Anche Infantino ha i suoi maestri, che vengono da lontano, dal mediato e dall’immediato del padre, della madre e del suo paese. Maestri lontani sono Parmenide e Pitagora. Spesso Infantino fa riferimento ai riti orfico-pitagorici, al mondo della Magna Grecia. Ma non manca di spingersi verso il lontano Oriente, nel mondo pregreco. Dalle antiche religioni e miti, come da Parmenide e da Pitagora, deriva la convinzione che il Tutto è l’uno e l’uno è il Tutto. E’ l’apeiron di Anassimandro, secondo una visione ciclica che si materializza nella ruota. La ”ruota – dichiara Infantino – è il fondamento stesso della vita. Le radici sono millenarie se pensiamo alla ruota tribale, alla ruota del carro, dei segni zodiacali”. Carlo Levi ed Ernesto De Martino sono i suoi maestri “mediati”, anche essi procedenti dalla stessa concezione della vita, così come fu espressa nella filosofia ed è implicita nella mitologia greca, stante anche l’insegnamento di Giambattista Vico. Levi, ispirandosi particolarmente a Parmenide, e poi ad Empedocle, considerava che  un élan vital tutto avvolge e tutto coinvolge, compresi gli uomini, che in sé hanno l’anelito all’eterno e all’infinito, cioè all’Essere, Dio o non Dio che sia. “Ab Jove principium” – egli afferma. Di qui i suoi collegamenti e le sue adesioni al citato Vico, a Giordano Bruno, a Spinoza, a Schelling, a Rosmini, a Gioberti, a Bergson, infine a Huizinga e a Ortega y Gasset.

L’aspirazione implicita nell’anima umana alla vita e a un grado sempre superiore di vita, dà al pensiero di Levi una connotazione positiva. L’aspirazione all’Essere, infatti, è, per lui, l’aspirazione ad una umanità di giustizia e libertà, cioè perfettamente umana. Fraterna. Tale verità Levi trovò e verificò, materializzata, nella Lucania fuori del tempo e della storia, prestorica e, quindi, “al naturale”. Nella Lucania mitica, e non nella Basilicata storica, è, secondo lui, l’anima mundi, cioè l’umanità nelle sue radici perenni. Carlo Levi vi si specchiò, vi si ritrovò e si riconobbe. Di qui la convinzione che  tutti gli uomini sono “lucani”, perché “la Lucania è in ognuno di noi”.

Se si vuole, in tale e tanto discorso, si possono trovare tracce dell’ottimismo illuminista e di Rousseau. Ma se la vita è il cammino verso una società di fratellanza cosmica, che, pur tra contraddizioni, s’innalza, compito della politica è fare proprie queste istanze che portano, per gli ebrei, alla attesa del Messia, per altri alla attesa socialista del “sole dell’avvenire”, che in Levi è vagamente anarchica, vagamente sognataCiò spiega perché l’impegno politico di Levi non si tradusse mai in adesione ad un partito, con tesseramento. La sua militanza politica fu sempre di tipo ideale, di coloritura utopistica. In concreto si tradusse nella condizione di “indipendente di sinistra”. Non oltre.

Uguale e diverso fu l’atteggiamento di Ernesto De Martino. Anche in lui c’è una innata aspirazione umana alla giustizia, alla uguaglianza (più che fratellanza) e alla libertà, che, prima di tutto, è libertà dal bisogno. Contro queste umane aspirazioni, però, si è posta una storia fatta di guerre, ingiustizie, oppressioni, che si ritrovano, in gran parte del mondo, nella condizione di immense masse di ultimi. I forti, nei secoli e nei millenni, hanno vinto sui deboli, molto più numerosi, cui non resta se non una condizione di stanchezza, depressione, alla quale non è estranea una religione portatrice di incubi e paure. Analogamente a quel che diceva Anna Freud per l’infanzia, e contrariamente a quello che pensava Rousseau, e per un certo periodo Leopardi, i popoli, nella loro ignoranza e presunta “innocenza”, non sono felici. La loro non è una condizione di beatitudine, ma piuttosto, senza che, rassegnati e passivi, lo lascino vedere, è uno stato da Inferno. Percorrendo le lande della Lucania, De Martino vi trovava una umanità tormentata, aggrovigliata, pur sotto un volto dimesso e muto.  Se il contadino di Levi cercava nelle formule magiche il contatto con l’Essere, cioè con Dio e con i Santi guaritori, il contadino di De Martino cercava nella magia e nei riti, anche tribali, la liberazione, cioè la catarsi, quale prima condizione per riprendere il cammino verso una condizione umana. Si capisce perché De Martino, allineato su queste posizioni, abbracciasse l’impegno politico non come sogno e aspirazione, cioè da indipendente di sinistra, ma da segretario di federazione, militante e organizzatore del Partito Socialista.

Antonio Infantino, aderendo alle posizioni di De Martino, postosi, come egli stesso dice, alla ricerca del “substrato permanente”, interpreta il mondo greco, orfico-pitagorico, come luogo della purificazione, cioè della terapia. Di ciò gli dà testimonianza il luogo in cui è nato e di cui è stato attento osservatore, a partire dalla cerchia della sua famiglia, in particolare dal padre contadino, Peppino, riscattatosi attraverso lo studio, ma sempre impegnato nella sua vigna a produrre il miglior vino, e in simpatia con mamma Angelina, maestra, educatrice, con le stesse radici contadine. E c’erano gli zii, i cugini, i ragazzi del suo paese. L’orizzonte in cui Levi aveva misurato la sua filosofia era stata la Lucania; per Infantino è Tricarico.

Con tutte le sue manifestazioni di vita popolare, Tricarico era, per lui, traduzione e cuore di una larga umanità afflitta da profondi garbugli, dovuti alla condizione di servi sfruttati, schiacciati, rigettati verso la bestia. Era lo stesso mondo che si trovava in Brasile e che ritrovava san Francesco nelle campagne umbre. Infantino lo riscontra, in tempi moderni, anche tra gli operai di fabbrica, tra gli emigrati, e già nel lontano Oriente delle lontane religioni orientali, per esempio tra i sufi. In termini moderni si parla di stress, depressione, alienazione. Anche Levi trovava le radici della Lucania nel confucianesimo e nella dottrina dello zio Luca; ma, come si è detto, con altra prospettiva.

Il problema della umanità-disumanità di Tricarico, come anche del Brasile e di tutti gli infelici del mondo, compresi, come si è detto, gli operai  di fabbrica, era ed è quello di liberare e liberarsi dell’animale. Tale fu la funzione di riti religiosi o semplicemente tribali di tutti i tempi e di tutti i luoghi. L’animale o bestia, a Tricarico, è il ragno della “taranta”, fabuloso e immaginario, che bisogna cacciare via, come quando, la mattina di Pasqua, le donne lucane battevano col matterello, o con qualunque mazza, mobili e pavimento e tutta la casa, per cacciare, ad alte urla, il demonio. Intanto squillavano le campane, finalmente sciolte. Il ragno della “taranta”, a Tricarico, lo si cacciava attraverso la danza sfrenata della “tarantola” e, quindi, dei “tarantolati”. La musica, suscitatrice di tanto sfrenati balli, diventava, di conseguenza, liberazione.

Ma perché questa possa darsi, bisogna che la musica, come la danza, sia essa pure irriguardosa delle regole. I “musicanti” che, a Tricarico, si raccoglievano intorno ad Infantino, per formare il gruppo “Antonio Infantino e i Tarantolati di Tricarico”, erano suonatori che battevano strumenti inusitati, come il tamburo o il tamburello, o emettevano soffi liberatori col Cubba Cubba (altrove Cupo Cupo). Lo stesso Infantino suonava e suona una chitarra con corde non registrate, cioè stonate. Né i “musicanti” erano sempre gli stessi. Essi cambiavano ad ogni ritorno di Infantino a Tricarico. E si è  lontano dal folklore. La Tricarico di Infantino – si è detto – è tutta l’umanità sofferente e repressa. E’ emblema, simbolo. Come mezzo di espulsione dell’animale, cioè della bestia, ovvero del demonio, il ballo della “taranta” o “tarantola” ha un senso tutto mistico e religioso. Di qui l’irritazione di Infantino quando gli vogliono far dire che il suo è folklore. “Il folklore – dichiara – è ciò che non tiene conto  delle radici profonde“; folklore è indossare l’abito della nonna e ripeterne gesti e canti. E’ nostalgia, idillio, non tragedia. Meglio sarebbe dire che c’è Scotellaro, il poeta tricaricese della rivolta contadina che, aspirante ad “un mondo senza confini”, spesso si lasciò andare alla maledizione, all’invettiva, alla bestemmia.

Sul piano esistenziale, soggettivo, questo significava, per Infantino, una vita da vagabondo e da sradicato, senza patria, voglioso di cogliere la voce dell’umanità nelle diverse corde, per tutta la terra, alla  ricerca di tutte le Tricarico del mondo. Con somma disperazione di mamma Angelina, presto scomparsa, egli è stato ed è un vagabondo, poco interessato alla costruzione di un futuro stabile e tranquillo, tipico di chi, seduto sugli allori, raccoglie il frutto del suo lavoro o dei favori mendicati e ottenuti.  Il suo modello di artista fu ed è Dario Fo, con cui collaborò a più riprese. Perciò la sua Musa è il sarcasmo, la beffa, lo sberleffo, dietro cui ride il Mistero Buffo. E’ un’arte che, secondo il monito di Orazio, ridendo dicit verum. Ma è il vero profondo e perenne, giacente al di là e al di qua del vestito che si indossa o della lingua che si parla, al di là e al di qua del luogo o del tempo in cui si vive. E’ il morso della “taranta”.