Accade. Quando una grande ma umile persona come Antonio Infantino lasci affetti, amicizie di culture e Paesi diversi, annodati con la pazienza e la creatività proprie di un metodo di confronto e di ricerca senza eguali, che qualcuno tenti di impadronirsi della sua memoria ignorandone o stravolgendone anche le ultime volontà.  Non era così che avrebbe voluto tornare nella sua Tricarico e a ricordarcelo sono gli amici, che lo hanno conosciuto a fondo, apprezzandone pregi e difetti, ma rispettandone  modo di pensare, vedere, creare, vivere come uomo di tante culture e pertanto patrimonio di tutti. E’ stato vicino ad Antonio Infantino per oltre vent’anni. Più di lui, nessuno ha scritto sul tarantolato dell’arte. Il collega Emilio Salierno è stato la sua voce, documentando la multiforme attività del Maestro delle Arti.

Nel 2008 il progetto sul Tarantismo, troppo velocemente dimenticato, quando insieme concepirono un lungometraggio con un manipolo di liceali di Tricarico. Ricordiamo Infantino alla presentazione del libro di Salierno sulla Cina: un capitolo di quella pubblicazione vede protagonista proprio Infantino, lo sciamano. In quell’occasione, all’Archivio di Stato di Matera, il tarantolato regalò ad Emilio e al pubblico “La nota aurea che unisce Oriente e Occidente”, insieme a Xi Han, il discepolo di Pechino che il 2 febbraio scorso lo ha pianto durante il rito funebre. Ma Salierno è stato soprattutto uno dei suoi amici intimi. Gli abbiamo rivolto alcune domande che ci aiutano a recuperare figura, ricordo e dimensione mondiale di Antonio.

Dopo la sua morte, che cosa resta dell’impegno del controverso personaggio Infantino?

Infantino esprime un’unicità che è totalizzante, non duplicabile. Lui è il frutto di un lungo percorso di studi e di formazione culturale, a cominciare dai banchi di scuola quando era il primo, il migliore, e proseguito all’università e in tutti gli altri campi in cui ha operato. Non è mai stato il prototipo del giovane trasognato con la chitarra e i capelli lunghi, falsamente alternativo. Ha sempre dato grande valore allo studio, alla lettura, all’approfondimento. Competenza e saperi sempre in primo piano e li ha trasmessi senza risparmiarsi. Lo definirei un missionario laico.

La sua eredità, invece?

E’ il tarantolato dell’arte e della vita, la sua follia e la genialità non sono state di facile interpretazione per tutti, ma non sono altro che una proposta sempre innovativa che ha anticipato i tempi. Non solo in questi anni è stato la chiave per capire il Tarantismo, le origini del fenomeno, le radici di un territorio e l’anima più profonda di un popolo, ma è l’operatore culturale, l’intellettuale che ha indicato a centinaia di giovani come fondere la memoria etnica e culturale con la modernità. La sua musica, solo per ricordare una delle arti in cui si è cimentato, andava oltre il folk, sino alla musica contemporanea e addirittura al jazz. Ha attraversato le discipline, è stato un musicista, un poeta, un antropologo, si è formato nel laboratorio di revisione dell’architettura che fu Firenze negli anni Sessanta.

Qualcuno, chi lo conosce davvero bene, è rimasto perplesso sugli eventi per l’ultimo saluto a Tricarico.

Infantino era musulmano, buddhista, cattolico e di qualsiasi altra religione. Aperto a tutti ed a tutto. Non era solo una cosa, anche da questo punto di vista. Per lui non c’era la necessità di essere inquadrato in uno schema, era e si sentiva libero anche rispetto a ciò che è spiritualità e credo. Non ci sono categorie ben definite per descrivere questo protagonista.

Sono rimasto sorpreso nel vedere la passerella dei politici: che cosa hanno a che fare con lui? E poi la bara di Antonio con i simboli religiosi! Nella sala municipale l’hanno coperto di fiori e circondato dai lumini elettrici. E’ quanto di più lontano potesse desiderare. Ecco perché è stato giusto confondere i riti, per annullarli tutti, quando con alcuni amici, in piena notte, si è fatto in modo che la camera ardente di Antonio si trasformasse in qualcosa di più vicino a ciò che pensava e avrebbe voluto. Il rito sciamanico salentino, i veli propiziatori attorno e sopra la bara, l’arancia del sogno dell’amica danzatrice, la boccettina con l’acqua del mare della Grecia salentina, l’esortazione buddhista per la cancellazione dei peccati sono stati la cosa giusta, così come il tributo laico dei suoi ragazzi con i cupa-cupa all’uscita del feretro dalla chiesa. E’ andata così, ma quanto sarebbe stato bello se il funerale non fosse stato un funerale ma una festa, con tanta musica e danze. I suoi veri amici sarà così che lo celebreranno, tra non molto. Tutti lo sapranno, ma non dove e quando, tranne naturalmente chi ci sarà.

Ma è vero che la sua terra non gli ha dato quello che avrebbe meritato?

Non è così. Sono riusciti persino a dire che ad Infantino avrebbero dovuto assegnare un “incarico istituzionale”! Ve lo immaginate Antonio assessore alla cultura? Avrebbe fatto come Battiato, qualche giorno di sopportazione e poi via, porta sbattuta in faccia e tutti a quel paese. Antonio ha ricevuto anche dal suo territorio, e sono i fatti che lo dimostrano. Il sistema Basilicata, normalmente avaro e arido, gli ha dato ciò che nella sua limitatezza culturale poteva attribuirgli. E poi uno scomodo, sporco e cattivo come Infantino mica lo hanno capito tutti!

E’ solo provincialismo pensare che Infantino sia un personaggio solo della Basilicata. Imprigionarlo nei confini lucani è uno dei più clamorosi errori che si possano fare. Altrove, in Italia e nel mondo, ad Antonio è stato sempre riconosciuto ciò che gli doveva essere concesso. In Belgio, ad esempio, ha ottenuto una laurea honoris causa dall’Accademia reale. Ha ricevuto dove era normale aspettarsi che avesse qualcosa, anche se Antonio, più che avere, ha sempre voluto dare.

Abbandonato, una parola che ricorre in questi giorni.

Ha fatto delle scelte, sin da quando, giovane musicista, rifiutò di andare al Festival di Sanremo. Poi come artista ha percorso tutte le strade, è stato dovunque, ha calcato tutti i palchi e i contesti. Negli ultimi non aveva più la forza fisica e mentale per produrre altro. Non ce la faceva più. Spesso ha preferito mettersi nelle condizioni di non farsi aiutare. Fa parte del personaggio, della sua vita, delle sue convinzioni. Alla fine si è lasciato andare, si è arreso, sino al punto, io credo, di non essere stato contrario alla morte.

Un uomo difficile.

Potevi amarlo del tutto o solo odiarlo. Un uomo libero, che ha avuto la fortuna di poter scegliere in base ai suoi principi, alle sue convinzioni. Tutto questo ha un prezzo. E’ sempre difficile restare se stessi e soprattutto resistere alle tentazioni, ma lui ha resistito. Infantino è stato povero ed allo stesso tempo ricco. Un uomo controverso, ma coraggioso. Lui è ciò che ha sempre deciso di essere e di restare. Sino alla morte.

Hai un rimpianto, qualcosa che pensi di non aver fatto per Infantino?

Mi mancano tre mesi, gli ultimi, di una storia di amicizia profonda. Sono venuti meno a causa di uno dei bisticci che, a volte, costellano il rapporto tra chi si vuole bene. Mi consolo con gli altri vent’anni di divertimento, di discussioni, di idee condivise, di lezioni, consigli preziosi e aperture mentali.  Ora, comunque, ci sono Agostino, Donato, Rocco, Maristella, Viky, Tonio Graziadei, Xi Han. Insomma, noi. Mica è finita qui!