In riferimento alle polemiche rivolte a Intramœnia , la mostra collettiva d’arte contemporanea allestita nei locali del Museo archeologico provinciale di Potenza, fino al 29 ottobre prossimo, gli artisti coinvolti  chiariscono -con un comunicato stampa- la propria posizione in merito al senso dell’operazione in questo spazio pubblico. Documento che pubblichiamo di seguito.

A seguire, pubblichiamo anche una chiarificatrice dichiarazione artistica di Dario Carmentano sull’impiego di immagini sacre in arte contemporanea.

Intramœnia. Entartete Kunst.

Si è inaugurata il 7 luglio negli spazi del Museo archeologico provinciale di Potenza “Intramœnia. Nuovi aspetti dell’arte in Basilicata”, una mostra collettiva d’arte contemporanea prodotta, curata e allestita in totale indipendenza dagli stessi artisti coinvolti.
Si tratta di un’occasione rara, perché rari sono gli eventi d’arte contemporanea in Basilicata, ancor più rari gli eventi che si pongano su un piano di aperta indagine del contemporaneo, e praticamente inesistenti – non solo in regione – gli eventi di iniziativa spontanea che raccolgano professionalità e sguardi diversi intorno a un mandato sociale e a un’attenta considerazione degli immaginari collettivi, fuori da qualsiasi logica di mercato e da qualsiasi aspettativa di profitto.

A partire da questa alta concezione del valore collettivo dell’operazione culturale, gli artisti hanno chiesto ospitalità a un’istituzione pubblica, con l’intento di aprire una dimensione del dibattito altrimenti preclusa che si prospetta da qui fino alla chiusura della mostra, ricostituendo il ruolo centrale di un museo pubblico all’interno delle relazioni culturali sul territorio.

Constatiamo con reale disorientamento che, nonostante gli sforzi, non tutti sono pronti a questo genere di apertura fuori dalle trincee (e dalle mura), e che anzi permanga un atteggiamento per cui la permeabilità e la trasparenza di un’operazione culturale è vista come opportunità per esercitare peso, pressione e censura su quanto non si condivide, o semplicemente non si riesce a comprendere.

Speravamo piuttosto di condurre il livello del discorso su fronti di ben altra urgenza, al riparo dai pruriti e dagli opportunismi delle singolarità che intendono il dialogo come prevaricazione della voce dell’altro: alcune considerazioni sulla mostra attribuiscono agli artisti coinvolti intenti vacuamente provocatori, intenzionalmente blasfemi, apertamente turbativi, per cui chiedono che l’istituzione provveda al più presto all’oscuramento e alla presa di distanza da tale abominio.

Banalizzare per disarcionare: questo esercizio di opinione – storia già vecchia dal tono strapaesano – dimostra con indifendibile orgoglio non solo di essere priva di alcuna nozione sulla complessità dei linguaggi artistici contemporanei, ma anche di avere carenze non trascurabili sul fronte della cultura civica, delle istituzioni e delle pluralità. Cionondimeno, costoro non rinunciano a chiedere di mettere a tacere espressioni artistiche e dibattito tout court, avvalendosi di una supposta opzione di veto ai danni dell’intera collettività che di quegli spazi pubblici fruisce.

«L’arte è arte, ma…». L’arte, in quanto laboratorio privilegiato sulle immagini, ragiona sul puro senso dei dispositivi visivi come un chirurgo incide la carne. Esistono movimenti antiscientifici che rinunciano alla chirurgia o alle trasfusioni di sangue: secondo le logiche localiste dovremmo, per compiacerli, chiedere a chiunque di eliminare la chirurgia (come l’arte) dalla lista degli strumenti di cura e sollievo delle sofferenze umane. «Ognuno deve essere libero di esprimersi, ma…».

Ma tali interlocutori preferiscono sempre conservare per sé la possibilità di stabilire alla propria occorrenza il limite dell’opportuno. «È possibile che uno spazio pubblico…». È pubblico ciò che sfugge dal dominio delle opinioni, a meno che non si voglia optare per un’istituzione paternalista che decida a priori cosa è opportuno che un cittadino veda e cosa no.

Ma a questo punto, più che mostrare animi dolenti per le gravi offese ricevute, avremmo preferito una sincera accusa di degenerazione dell’arte, come si faceva ai vecchi tanto rimpianti tempi.

Gli artisti di Intramoenia.

Una dichiarazione artistica di Dario Carmentano.

Le immagini possono avere una una grande potenza comunicativa, e qualora lo si volesse, possono diventare un efficace strumento di manipolazione: tutti i grandi poteri da sempre utilizzano simboli e immagini per affiliare a sé i popoli.

La religione cristiana ha una secolare esperienza nell’uso delle immagini e si è da sempre avvalsa della creatività degli artisti per “inventare” le figure di Gesù, della Madonna, di San Giuseppe, dei santi, degli angeli e dei demoni.

Tutte queste Beate Figure sono state inventate intenzionalmente, di sana pianta: non sappiamo se Gesù fosse nero o bianco, se fosse calvo, o grasso; sappiamo che è stato rappresentato bello, alto, magro, con gli occhi azzurri e uno sguardo bonario e compassionevole.

Altrettanto vale per ogni figura sacra. Stiamo parlando di un processo di idealizzazione in cui caratteri somatici sono un chiaro trasferimento di caratteri divini e di perfezione morale: sono belli e buoni per trasferire nell’animo dei credenti – e del clero nello specifico, custode di questo grande patrimonio artistico e religioso – le stesse virtù.

Nei secoli sono state prodotte milioni di queste immagini finanziate da tanti prodighi devoti che spesso per devozione si sono fatti raffigurare in ginocchio insieme ai Santi.
Alcune religioni, sia per onestà intellettuale che per coerenza morale, non sono scese a nessun compromesso e hanno vietato la produzione di immagini divine, conoscendo benissimo la forza manipolatoria delle immagini e ritenendo blasfema qualsiasi rappresentazione di Dio. Quindi tutte le immagini religiose occidentali, per buona parte dell’oriente, sono ritenute blasfeme.

Sulla scorta di questo antico esempio, molti editori oggi seguono lo stesso percorso: per far leva su sentimenti e istinti umani si avvalgono di artisti (scenografi, fotografi, coreografi, costumisti) e, senza stare a inventarsele, scelgono ragazze belle e bone. Producono e pubblicano delle immagini su carta patinata che fruttano loro tanti bei soldini.

Poi accade che un artista, un giorno, si ritrovi per necessità nell’ufficio di un importante ente pubblico e osservi una situazione inaspettata: vede appeso alla parete un crocifisso e di fianco proprio una di quelle immagini con belle donne nude.

L’artista, da addetto ai lavori, rileva lo stato di fatto della realtà contemporanea: la religiosità convive con una disinvolta esposizione della nudità femminile, pervasiva al punto da manifestarsi anche nella tv di stato. L’artista va a casa, strappa la pagina di una rivista erotica su cui è raffigurata una foto di tre belle ragazze che tanto somigliano alle tre grazie, rappresentanti delle tre forme dell’amore: Castitas (la Castità), Voluptas (la Voluttà) e Pulchritudo (la Bellezza). Recupera un santino della Madonna delle Grazie ricevuto in cambio di una elemosina e ripete l’accostamento delle immagini come visto nell’ufficio pubblico esposto allo sguardo di tutti, ma da tutti inosservato.

L’artista non ha colpa. Fa da testimone e rende tutti testimoni di una dimensione della realtà contemporanea in cui convivono nella più grande disinvoltura sacro e profano, e lo fa proprio per denunciare l’uso manipolatorio delle immagini di cui anche tanti benpensanti rimangono vittime o artefici.