Tra rime baciate e scanzonate, quasi uno scioglilingua con la forza delle parole ,gesti e ironie, mosse dalle musiche del compositore napoletano Giuseppe Sigismondo, Matera ospita a Palazzo Viceconte il “Cuoco e la Madama’’ un genere “leggero’’ del teatro di tre secoli fa, Ma che rappresenta un doppio piacevole intermezzo per tuffarsi in un epoca e un modo tutto italiano di comportarsi e di mettere alla berlina fatti e storie che dovrebbero essere riservate e, che, invece vanno sulla bocca di tutti. Né più ne meno un modo di comportarsi e di rappresentare la vita e le cose altrui, esaltato oggi da trasmissioni tv che impazzano su tv di Stato e commerciali. Altri tempi. Ci ha pensato il maestro e musicologo Pietro Andrisani a rispolverare, con una intelligente e curata revisione, quel libretto custodito nella biblioteca di San Pietro in Maiella a Napoli. Un’opera ispirata alla tradizione molieriana arricchita dai colori e dalle coloriture musicali e lessicali partenopee, della quale riportiamo più avanti contenuti e storia.  E a proposito di lessico i cultori del genere apprezzeranno termini desueti a cominciare dal sottotitolo delle opere “La Prosuntuosa delusa’’, per la gioia- si fa per dire- dei soci dell’Accademia della Crusca. Anche questo è un modo per conoscere la nostra lingua, infarcita da tanti anglicismi che fanno moda ma non sostanza e cultura. Maestro…prepari un’opera omnia per un altro “Libretto’’ sulla lingua del Bel Paese.

IL CUOCO E LA MADAMA

(LA PROSUNTUOSA DELUSA)

(Arienzo 1783)

Libretto Adespota

 

Musica di

Giuseppe SIGISMONDO

(Napoli 13 / 09 / 1739 – 10 / 5 / 1826)

 

revisione di

Pietro ANDRISANI

 

Personaggi:

Cuoco ( tenore )

Madama ( soprano )

Una comparsa

 

vasta anticamera di una casa signorile

 

Opera giocosa adespota in due atti, desunta da Les précceuses ridicules di Molière

Organico strumentale: flauto, oboe, mandolino, chitarra, 2 violini, violoncello e cembalo per la realizzazione del basso continuo.

Durata: 90 minuti.

CUOCO

(giunge sul proscenio. Indossa un decoroso tabarro sopra una elegante livrea)  

‘Sta Madama alla toeletta.

El padron fa come un matto.

Ahi, ch’è cotto e già disfatto

A quei folgori d’amor.

Ella un ghigno, un occhiolino

Non sa fare al poverino.

Oh, fra spasimi e sospiri

Può scoppiare il suo signor.

Poffar! Con tal contegno

sdegnò la signorina il mio padrone,

signor di fiocchi e ciappa!

Forse può star che l’amor mio l’incappa!

Forse ora scornerò quel noncurante

E sprezzante cuorin…

MADAMA (f.c.)    Scusi, perdoni, ero in desabigliè…

Ov’è il signor che smania per parlarmi?

C       Io qui nol vidi…

M      (entra, battendo le mani. Indossa …)

Lacchè… paggio… braccier…

C       Braccier, paggio, lacchè;

oh gran caterva

che sei solo una serva!

M      (Girando gli occhi, intorno, continuando a battere le mani)

Lacchè, lacchè!…

C       (Non vidi altro che la fantina!)

M      …E la corte, dov’è?

C       (E’ sol Zerbina)

M      Vuoi, forse, da me udienza?

C       Illustrissima, si.

M      Ebben? Chi sei?

C       Il primo cameriero del conte Farfallone.

Qual conto avete di quel signore?

M      A dirti il ver nel gran mondo parlante,

triste figura ei fa.

C       Se tutto estinto fosse il bel tratto e ’l garbo

risorge in lui.

M      No. Per le ninfe belle altro ci vuol.

C       Che mai?

M      Fresca età, bel visino

e doni assai.

E poi, ti par che sia

bella galanteria

venire a visitarmi col tabarro?

C       L’abito è proprio al posto.

M      Ma per la grazia mia, sarà l’opposto.

C       (Ella non sa che sono il di lui cuoco)

M      Che borbotti?

C       Posso avanzarle imbasciata

d’un forestiero di qualità

che brama venire a riverirla?

M      A riverirmi?

E com’egli si chiama?

C       Il signor Colonnello Bellorofonte.

M      (Così dal pian potrò balzare al monte)

C       Al signor Colonnello, che devo dir?

M      E’ bello?

C       S’immagini.

M      Bizzarro?

C       Si figuri

M      Con ciappa nel cappello?

C       Lo supponga.

M      Con capelli frisati a tutta moda?

C       Frisati. Abbaglierebbe anche un Adone

M      Con sì bei raggi in fronte, egli è un ladrone.

Aria

Tu con stupor vedrai / Che ancor le mie pupille,

Forse d’un nuovo Achille / Sapranno trionfar.

Al fosco lume intorno / Delle stantìe matrone

Giri quel Farfallone / Che di mie luci un Marte

Solo dovrà regnar. / Dimmi s’è vero che il forestier

Ha il grand’onore di Colonnello. /Dì pur s’è bello,

Se del mio amore è degno ancor. / Sì, tu vedrai le mie pupille

D’ nuovo Achille / Sol trionfar.

Sì, tu vedrai  / Che di mie luci

D’un nuovo Marte / Dovrò regnar.

Rec.

C       Ei quasi a me somiglia.

In lui vedrai di Marte e di Narciso

valor guerriero e leggiadria nel viso.

 

C       Dunque, anderò che forse il forestiero

per qui venire

starà ancor qui ormai.

M      Va, ma che il Colonnello

presto tu guidi a me.

C       Verrà sol quello. (parte)

(Madama replica l’aria

Tu con stupor vedrai”)

 

M      (Ad una improbabile serva) Eh… porgi a me zerbino.

I guanti con lo specchio.

Il ventaglio, dov’è? Da’ qua.

Cotesta gran torreggiante cresta

piega all’indietro…

Io vo’ quel Colonnello col fiocco.

Qualor furtivi i stral

dagli occhi io scocco.

Eh, qui, una sedia.

Un’altra di rimpetto.

Passa questa più avanti…

Eh, al primo arrivo del forestier m’avvisa.

Esser ei non dovria da noi sì lunge.

O che quel vago galantino ei qui giunge.

(il cuoco, nei panni di colonnello,

arriva e saluta Madama con un elegante inchino.

Poi esegue)

l’Aria

C                Quelle tue luci belle / Opra miglior d’amore

Mossero questo core / A palpitar per te.

Splendente amate stelle / Così per me serene

Che possa a tante pene / Sperare alfin mercè.

Recitativo

Sembro ardito, madama,

se mi sprofondo in faccia a lei

che qual’Alcina un Rinaldo

or rapisce.

Ma la fama della vostra beltà

fa compatir la mia temerità.

M

In grazia il mio signore,

onori questa sedia.

C       E ben, che la diverte?

M      Il Calloandro (?)

C       E il ricamo ancora?

M      Questo, poi, no: Spinalba,

Digrinta e Leonida non lavoravan mai.

C       So che i mestier son fatti

per donna di dozzina

M      Siete forse in affari?

C       …e molto seri.

Spedir devo un corriero al Gran Mogor.

M      Oh, il Gran Mogor io so che è un cittadino

del Gran Cairo più bello.

C       Di quella guarnigione

io sono il Governatore e ’l Colonnello.

Ma coi romanzi credi gustare ancor la poesia?

M      Oh, per lo stil poetico che abbonda di patetico,

di gioia ognor frenetico.

C       Anch’io, cara padrona

Ho tutto il debol mio per Elicona.

M      Ah, si. Quattro versetti, scorron di grazia,

pur quella vena qualor non sia d’incomodo alla Musa.

C       Madama, lo comanda.

Per sottrarmi non ho scampo, né scusa.

Aria

Di Armida il bel sembiante / In te veder già parmi

Ch’il forte eroe fra l’armi / Sul campo intenerì.

Or che un tuo sguardo in seno / L’ardore a me rinnova.

Or ben intendo a prova / Quanto per lei languì.

Sai, quel campion son  io / Che al suol le regie sparse

E le mirò, superbo / E incenerite ed arse

Superbo le mirò. / Sai, quel campion  son io

Or di tue luci un raggio / Disfece il gran guerriero

E del suo petto altero / Tutto il valor fiaccò.

In te veder già parmi / D’Armida il bel sembiante

Che il forte eroe, sul campo / Intenerì fra l’armi

Or un tuo sguardo in seno / L’ardore a me rinnova

Or ben intendo a prova / Quanto per lei languì.

Sai, quel campion son  io / Che al suol le regie sparse

E le mirò superbo / Incenerite ed arse.

Recitativo

M      O vivo estro ch’avanza

il fantastico umor di Sancio Panza.

Io so la mia beltà

Ma poi, quel canto

le aggiunse, con finezza,

più milorda comparsa.

C       (Non sa la scioccarella

ch’altro poeta la canzon mi scrisse).

Ma un schiribizzo è questo

M      Dunque, sarà gran meraviglia il resto.

C       Or io in canzonette fo stampare

e Cornelio Tacito e Nipote.

M      Ma di Cornelio tacito e nipote

che di bello stampi in canzonette?

C       Ma ciò non ha che far:

i versi liquidi sono al par de’ Grammatici.

M      Son come il Metastasio.

C       Ed ho l’impegno ancora

di farvi la sua musica..

M      Sapete ancor di musica?

C       Furiosamente:

Io fui che fece quell’arietta famosissima

della Baccarabà in cui v’è la cadenza tenerissima:

la ra lallà laralarralà.

M      Bellezza, poesia, musica e canto!

C       Di magnifico onore degna il poeta liquido la sua bontà.

(Già col favor del Tasso

inchiodai la Fortuna e ruota ed asso).

M      Che brontoli?

C       Ch’è tardi e per giusti riguardi

levarle il tedio io deggio.

Per servirla al passeggio

Ritornerò fra poco, se l’aggrada.

M      Mi farà grazia.

C       Si ritiri.

M      Vada.

Duetto

C       Io parto, ma resto

M      Io resto, ma parto

C       Partire e restare /  Chi farlo mai può?

M      Restare e partire / Chi mai lo tentò?

C       Nol so immaginare

M      Nol posso capire

C e M         Portento è sol questo / Del Nume d’amor.

Che cosa vuol fare? / Ritorni a seder.

M      Io vo’ accompagnare / Com’è di dover

C       Con me complimenti?

M      Ma no. Si contenti / La prego, la supplico.

Rimanga, non replico.

C       Intendo ubbidirla / E poi a servirla

Fra poco sarò.

II Parte

(medesimo ambiente della prima parte)

Duetto

M      De’ zerbinotti / Le rie baldanze

Dei francesotti / Le sconce danze

Fuggir mi fecero / Presto di là.

C       Gli accenti teneri / Di quei labretti

L’aspetto nobile / Di quei belletti

Mi strascinarono / Ben tosto qui.

Recitativo

M      Io mi figuro che nel Gran Mogorre

o de’ Tartari mai nel Gran Cane

fino al cantar del Gallo.

Tal libertà non regni alcun nel ballo.

C       Chi là tentassi ardito danzar con atti

men acconci e strani

si condanna a ballar con cani e gatti.

M      Calzante è la condanna,

curiosa la veduta.

Perciò, quella cittade

ha il nome di Gran Cane!

Tal si dovria scornare

questa mal creata gente

che diè al decoro il bando.

C       Anzi, fa mostra d’asinina stampa.

Se posando di senno opra di zampa.

M      Oh, il mio gran Colonnello!

oh, il mio saccente!

Non fecero il Gibblasso il Calloandro

mai spiega più bizzarra.

C       Così a pingere giungesti

con accesi colori

il lampeggiante brio di quel visino

O le grazie impastar del bel musino.

M      Non so se i tuoi sì vivi abbellimenti

più m’empion di rossore

o mi fan superbietta.

Ma se limpido e schietto

è di tue lodi il suono

con solletico tal il cor mi tocca

che mi conduce a volo.

C       Il tuo fuggir da l’importuna danza

Or te n’affidi: e scuso i zerbinotti

se intorno si fe’ cerchio, e franzesotti.

M      Coi tuoi detti gentili

par che toccasti nel suo suon la corda

che del mio bel  nuovi trofei ricorda.

Aria

Nei brillanti miei passeggi / Corse a volo a farmi inchini

Folto stuol di vacheggini. / Ma fra palpiti di core

Chi là cadde e chi di qua.

Semplicetta nei teatri / Al girar quest’occhi belli

Occhi belli e occhi ladri / Spezzacuor di vanarelli

Tutti caldi di sospiri / Con la febbre e coi deliri

Si partirono di là.

Recitativo

C       Grazie, che al Colonnello

l’incendio non si estenda fino al ciuffo

che di febbre e deliqui dia nel tuffo.

Il luogo del passeggio forse è lontano?

M      Son pochi tratti

C       E poi, dove si andrà?

M      A veglie e a giochi.

C       A giochi? Tante doppie traboccanti

mi vinse ieri sera

madama Passerina alla primiera.

M      (Questa è fortuna)

Ah che buon pro le faccia.

C       Ma perder fra scherzetti

di Ninfa sì bellina è un bel piacere.

M      Semplicino.

Non sai che ella ha gli annetti suoi.

C       E pur di fresche rose

Mostra facean le guance

M      (Sento la gelosia)

C       La veglia, poi, mi comincia a seccar.

M      Mi è nuovo. E come!

C       Gente sospetta fra signor trattai

a reo guadagno intesa.

Oltre girai e vidi a mio mal punto.

Altri che mal sedèa fra il nobile consenso

E matto ed ebro per fumo d’eccellenza

ben gonfio si spacciava

signor dei Sette Colli.

Infin di mia pazienza

diedi le prove estreme

nel rimirar chi, forse, con rossore

svelato avrebbe il nome di suo padre.

E inghiottiva eccellenze a squadre a squadre.

M      Di questi poltronacci

fui la vittima anch’io.

C       Né intendono i balordi

che della volgar turba

son la beffa e il trastullo.

M      Or pensa se io li so prezzare un frullo.

C       Piuttosto, con polita compagnia,

per far serata allegra, ballerai minuetti.

 

(M?)  Oh che dei minuetti l’aria sola

calma i spirti allegri e li consola.

(Accennano ad un minuetto)

A due:

La la la la

M      Forbien, trebbien, monsieur.

C       La la la  la

M      Par ma fois, non si può far di più

C       Favorisca ancor lei

M      Oh, questo, no, non sono in esercizio.

Poi si dirà che son senza giudizio.

C       È permesso alla maschera

M      Tubò. Sia galanteria.

(Ballano insieme ancora alcuni passi del minuetto)

poi

C       E quanti pregi a corteggiarti, o cara.

Qui si sfidano a gara

spettacoli, per me, di gran stupore

ove col piè ti aggiri in vago errore.

Aria

C                Balla una Pallade /       Se il fronte io miro

Balla una Venere /        Dei lumi al giro

Balla un’Amazzone/      Se il petto rigido

Tu volgi a me.      /

Grazie a diluvio / Han quei belletti

In canti magici / Ha quegli occhietti

Ch’io tutto estatico / La saggia Pallade

La bella Venere / La brava Amazzone

Nel fronte armonico / Negli occhi amabili

Nel busto eroico / Ravvivo in te.

Recit. Con violini

(Uno staffiere chiama a parte il Cuoco e gli parla all’orecchio)

C       Dici a me?…(a Madama) Con permesso

M     Conoscere mi par quella livrea.

C       Ah, signora.

M      Che c’è?

C       Temo assai

M      E di che?

C       Madama, andar m’è forza.

E dove mai?

C       Ove il destin mi sforza

M      E sola mi lasciate?

C       Di vista non vi perdo e torno subito

M      Di vostra lealtà punto non dubito

(il Cuoco parte)

Qualche disfida è questa.

Mentre se li presenta un cavaliero

con il cappello in testa.

Mi par… mi par che sia…

Si, lo conosco.

È il fratello del conte Farfallone.

Oh, che stranezza io miro.

Ah, signor Colonnello…

Gli levano il cappello!

Gli levan pur la spada!!

E lo spogliano ancor!!!

Già mi ruota il cervello…

E poi, non si risente!?

E non domanda aiuto?

Che sarà mai?

Disse tornar subito.

È ver quel ch’io rimiro

O è sogno vano?

Qui sotto si nasconde un grand’arcano.

Aria

Ove son? Che mai m’accade?

Qualche inganno qui si cela..

Ah, pietoso ciel,

Disvela tu l’arcano a questo cor

Recitativo

C       L’arcano è che del conte Farfallone

Il Colonnello è cuoco.

M      Come? Un cuoco sei tu?

C       Si. Sono un cuoco che del mio padrone

tentai rifar l’affronto

col rubarti quel core a lui negato.

M      Qual contrattempo è questo.

Così schernita resto da un cuoco!

Da un cuoco!!

C       Ma che cuoco!

Che dagli Zibaldon fe’ gran guadagno

dalla cucina d’Alessandro Magno.

Perciò tanti doppioni

suonar fa nella borsa, un battaglione.

E se lavora un “stoglio”

è sol per il signor del Campidoglio.

Al cuoco dunque doni

permission che vada e lo perdoni.

Duetto finale

 

C                Il fallo io vedo,

Fui troppo ardito

Ma il reo, pentito

Chiede pietà.

M               Del Gran Mogollo

Il mostro è qua.

Ti rompi il collo.

C                È rotto già (finge di andarsene)

M               (con sveltezza afferra per mano il cuoco)

Presto dico… no, t’arresta

C                Oh. Che musica è mai questa?

M               Presto, a me

C                Che mi comanda?

M               Passa pure a questa banda

No ritorna a mano manca

Torna, per servire la beltà

C                (Già frenetica a man franca

e impazzir me ancor farà).

 

M               (con accentuata e bonaria ironia)

Benvenuto Don Chisciotto

C                Ah, son io fatto un biscotto?

M               A suo dispetto / Un Colonnello

Venne più bello / Fin dal Perù

C                Oh, che giochetto / Fate bel bello

Che il mio cervello / Va su e giù.

M               Dove sei, amato bene?

C                Par che cada / Par che sviene

M               Più non vedo / Ah, ch’io già manco.

C                Chi conforta il cor mio stanco?

All’erta, signorina / Non è nulla

O povera fanciulla / Respira appena

Oh dei, non sento fiato… / Io sono stralunato

M               Ferma, o caro, io già ti stringo / E fuggir non potrai più.

Sol per voi, begli occhi rei / Son ridotta in servitù.

C                Dove mai, padron tu sei / O padron, dove sei tu?

Fine

 

 

 

 

 

 

 

IL CUOCO E LA MADAMA

(LA PROSUNTUOSA DELUSA)

(Arienzo 1783)

2 Intermezzi

Libretto Adespota

Musica di

 

Giuseppe SIGISMONDO

(Napoli 13 / 09 / 1739 – 10 / 5 / 1826)

revisione di

Pietro ANDRISANI

Personaggi:

Cuoco ( tenore )

Madama ( soprano )

Una comparsa

vasta anticamera di una casa signorile

 

Opera giocosa adespota in due atti, desunta da Les précceuses ridicules di Molière

Organico strumentale: flauto, oboe, mandolino, chitarra, 2 violini, violoncello e cembalo per la realizzazione del basso continuo.

Durata: 90 minuti.

Tra la stretta cerchia di uomini eclettici che nell’ultimo scorcio del secolo dei lumi portano alto il nome della Napoli salottiera e colta, Giuseppe Sigismondo ne incarna l’essenza più loquace. Egli si adoperò per far conoscere quanto di artisticamente valido era stato plasmato dalla mano e dall’intelletto dell’uomo nell’incantevole Valle del Sebeto con la pubblicazione di una significativa guida turistica in tre volumi: Descrizione della città di Napoli e i suoi borghi (1788).

Unitamente al filologo, storico e critico musical Saverio Mattei (Montepaone, 1742 Napoli 1795), nel 1791, con l’infaticabile ardore di operatore culturale che lo distingueva, il Sigismondo costituì il primo nucleo di partiture musicali della biblioteca del conservatorio della Pietà dei Turchini (odierna San Pietro a Maiella). Della quale divenne il primo archivista. Carica che conservò fino alla morte, avvenuta nel 1826. Compose ed eseguì musiche per le accademie filarmoniche attive nelle case dei duchi Maddaloni-Carafa e dei d’Arcos ed in quella dei principi dei Sangro di Sansevero. Col suo cembalo o col forte-piano accompagnò strumentisti e cantanti del ceto nobile-borghese, tra i quali teniamo a ricordare la scrittrice, dilettante di musica, Eleonora Barbapiccola, le Vanvitelli, ,… Per i suoi allievi di Musica compilò preziose opere didattiche e di contenuto storico (Principi di musica spiegati dal dilettante Giuseppe Sigismondi alla Signora D. Irene De Marco, 1810; Solfeggi composti per la N.D. Michelina Rossano; Studio di Cantare per soprano o tenore, del Sig. D. G. Sigismondi, dilettante, pel Sig.D.Gennarino Natale, aprile 1824).

Un suo giovane allievo, il marchese Tommaso di Villarosa, compilò e pubblicò un libro di Memorie dei Compositori di musica del Regno di Napoli su appunti del proprio maestro, il Sigismondo, appunto.

Per proprio diletto e divertimento dei suoi amici, egli compose raccolte di graziose Sonatine per organo o cembalo. Assai notevole è la scienza armonica[1] profusa in una sua Sonata per flauto con l’accompagnamento del cembalo.

Giuseppe Sigismondi, nacque a Napoli il 13 settembre del 1739, da Rocco, impiegato nell’ufficio di scrivano del Sacro Regio Consiglio, e dalla brienzese Orsola Pagano.

Fu educato nel Collegio dei Gesuiti, dove apprese anche i primi rudimenti di drammaturgia, arte che quei Padri coltivavano e che nelle grandi occasioni religiose o in speciali avvenimenti politici, manifestavano nella Gran Sala del Collegio Massimo Napoletano, con la messinscena di cantate, drammi e melodrammi sacri.

All’Università, il Sigismondo, apprese filosofia e scienze giuridiche da Pietro Forte e da Giuseppe Pasquale Cirillo (1709-1776), quest’ultimo conosciuto anche col sonante appellativo Demostene del foro napoletano e col nome d’arte Coviello, per aver recitato da ragazzo, nella parte di quella maschera.

Fin da giovanissimo, il Nostro fu attratto dalla musica sacra, che coltivò esibendosi nelle Scholae Cantorum delle più cospicue chiese di Napoli.

Contemporaneamente, alle materie giuridiche e classiche, studiò musica da privatista con Giuseppe Geremia e Gennaro Capone, e in poco tempo tanto apprese che poteva bene egli stesso insegnarlo ad altri[2].

Si perfezionò in canto col musico Ferdinando Mazzantí, per il quale, nel 1766, compose una Cantata per soprano e orchestra; nello stesso anno, il Mazzanti impersonò Gernando nell’operina L’isola disabitata che il Sigismondo aveva composta su libretto di Pietro Metastasio.

Sempre su poesia del Metastasio, l’anno prima, aveva composto la Cantata scenica l’Endimione ed il superbo oratorio per soli e orchestra: La Maddalena.

Vasta e varia è la sua produzione di cantate per voci ed orchestra che dedicò ai santi di cui era devoto (San Giovanni Battista, Sant’Andrea Avellino, San Gaetano da Thiene, Il glorioso San Giuseppe ed altri). Assai significative sono le sue due cantate sceniche che esprimono episodi della Natività.

Tra i suoi lavori musicali sacri a carattere liturgico, per delicata ispirazione melodica, per alcuni passi di appassionati slanci lirici, per il profondo pensiero religioso, per la meditata elaborazione orchestrale, merita particolare attenzione la Messa a tre voci composta nel 1774, per la Signora D. Elisabetta Palmisano. ad uso delle eccellentissime Signore Monache di San Paulo di Sorrento.

Gustosa composizione è la cantata scenica Li scherzi boschereccí, a quattro voci e orchestra, intrisi di agreste sapidità e di fine arguzia, atteggiamenti di sottile intellettualità umoristica che emerge dai saporosi canti carnascialeschi napoletani che egli salvò dall’oblio, confezionandovi una preziosa raccolta manoscritta conservata, in parte, nella Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli e che è, ancora oggi, oggetto di studio degli appassionati cultori di patrie memorie.

Nel 1793, con la prima repressione borbonica esercitata su alcuni intellettuali napoletani, rei di aver fatto parte dei noti moti rivoluzionari locali, che, potenzialmente, mettevano in pericolo la stabilità politica e militare del Regno delle Due Sicilie, il nostro avvocato-archivista, quasi a voler scherzarci sopra, compose uno spassoso lavoro musicale in vernacolo: Canto de lo Dottore Peppo Segesmunno pe sfocà la menza cont’a lli ‘nnemici e a ‘nnore e gloria de Ferdenando IV, rrè nuosto e de Maria Carulina d’Austria, reggina nosta (che Ddio ne la guarda e mantenga) … mente campa lo ppane, e lo vino.

Nell’agosto del 1793, Tolone, per tradimento dei monarchici francesi, fu consegnata agli Alleati Anglo-Napoletani. Il 19 dicembre di quell’anno, dopo un estenuante assedio, la città fu riconquistata dai Repubblicani della Rivoluzione, guidati da Napoleone Bonaparte, che, da quella audace impresa balzò dall’anonimato, dando inizio alla nota parabola della sua vita.

Verso la fine dell’anno sbarcarono a Napoli alcuni reduci partenopei di quella terribile esperienza, fra i quali D. Gaetano Pegnalver, amico fraterno del giureconsulto e drammaturgo Francesco Mario Pagano (Brienza, 1748-Napoli, 1799) e dello stesso Sigismondo.

I festeggiamenti organizzati nella villa Pegnalver di Posillipo per il lieto ritorno di D. Gaetano, culminarono con la rappresentazione di una vibrante Cantata composta, per l’occasione, dal nostro dottore-bibliotecario su poesia dell’avvocato brienzese. Due figlie del Pagano, Donna Marina e Donna Peppina ed il Marchese Don Emmanuele Imbimbo, interpretarono, rispettivamente, i personaggi della trepidante Eumele, della tenera Elpina e dell’amico Filandro, nomi che, non a caso, rievocano il mondo mitologico ellenico, mentre la vicenda dell’opera adombra il tanto celebrato ritorno di Ulisse in Patria.

Il Dottore drammaturgo-poeta e musicista dilettante fece parte, come è stato accennato più sopra, della schiera degli illuminati napoletani di fine secolo (a tal proposito va ricordato che per gli strali di natura satirica lanciati contro il mondo bigotto mediante la sua farsa rappresentata in un teatrino domestico di Castrovillari, egli fu oggetto di violenti accuse da parte del parroco del posto).

Ma, evidentemente, la feroce repressione del ‘99, lo dovette terribilmente terrorizzare se, appena Napoli fu riconquistata dai Sanfedisti, già il 13 luglio si espone con tre lavori musicali:

Cantata a voce sola e Coro, per solennizzare il felice ritorno in Napoli delle Armi di S.M. Ferdinando IV, con la recuperazione del Regno per Opera dell’E.mo Card. Fabrizio Ruffo […],Poesia e Musica di G. Sigismondi, eseguita dalla dilettante Sig.ra Michelina Rossano;

Cantata di Sopr. pel Fausto ritorno del Re Ferdinando IV in Napoli dopo la Repubblica […] fatta per S.E. il Sig. Conte Gaetani,

Coro in occasione del felice ritorno delle vittoriose armi di S.M. il Re delle due Sicilie in Napoli […] 1799.

Ma torniamo al Sìgismondi salottiero ed eminente musicista dilettante. Per trastullo filarmonico di un gruppo di signori dell’alta borghesia partenopea, nel 1783, egli compone, su soggetto desunto da Les précieuses ridicules di Molière, una arguta quanto raffinata operina di costume che rappresentò ad Arienzo (Caserta) in un teatrino titolato o, come oggi suppone l’erudito parroco del posto, don Ciccio Perrotta, nel teatrino del convento delle Monache Rocchettine. Sul frontespizio della partitura leggiamo:

“La Prosuntuosa delusa/ Intermezzo breve a 2. Soprano e Tenore / Orig.te/ Del Dottor D: Giuseppe Sigismondo/1783/ Rappresentato in Arienzo dalli Sig.riD. Rosa Servillo e D: Bartolomeo Ciríllo / Dilettanti / P.mo Violino D. Nicola Valletta.

Lo stesso soggetto con i due personaggi (il cuoco e la madama) ha il suo primo modello ne La preziosa ridicola del marchese Trotti, con musica di Giuseppe Maria Orlandini (1688-1760). L’operina apparve come i due intermezzi fra i tre atti de I veri amici, di Antonio Bononcini (1667-1726), rappresentata nel al San Bartolomeo di Napoli il 26 dicembre del 1715. Madama Dulcinea fu interpretata da Santa Marchesiní, mentre la parte del cuoco del marchese del Bosco venne affidata al basso-buffo Gioacchino Corrado, virtuoso della Real Cappella di Palazzo.

Questa Preziosa ridicola, nel Settecento, meritò quasi la stessa fortuna toccata alla Serva padrona del Pergolesi, avendo calcato, per oltre sessant’anni, le scene dei più importanti teatri italiani.

Nel 1792, Le preziose ridicole tornarono a Napoli, questa volta in versione coreutica, probabilmente con musica di Giuseppe Ercolani. Il ballo venne rappresentato al San Carlo di Napoli, come uno degli intermezzi dell’ Elfrida di Giovanni Paisiello (1740-1816).

Torniamo alla Preziosa ridicola arienzina, la Prosuntuosa delusa.

Il cuoco e la madama (La presuntuosa delusa)

Punto di partenza del libretto è la satira di costume ben celata sotto le comode vesti della farsa: la vanagloriosa ed intraprendente servetta che, per calcolate mire amorose, si fa passare per la propria padrona. Dopo aver sciorinato, fra divertenti quiproquò, millanterie a dritta e a manca, si ritrova in un bagno di vergogna quando scopre che il suo potenziale principe azzurro è solo il cuoco di esso.

La partitura autografa é conservata negli scaffali della biblioteca di San Pietro a Maiella, contrassegnata, in catalogo, da A 586. Il manoscritto, un po’ precario ed, in qualche parte, incompleto, si compone di due parti: la prima comprende una Sinfonia introduttiva in tre movimenti (Allegro, Andantino, Allegro-minuetto), quattro arie ed un duetto; l’altra tre arie e due duetti. Tranne l’arietta del soprano Ove son? e lo splendido duetto finale, introdotti dal recitativo accompagnato, gli altri brani cantati sono preceduti dal declamato col solo substrato del basso cifrato. Gli uni e gli altri si saldano felicemente in un solo corpo lirico-drammatico. Se si eccettua l’aria di Madama Nei brillanti miei passeggi, che rispetta l’antica rigida formula dell’ aria col da capo, il taglio delle altre riproduce l’arietta leggera a schema libero dell’ Opéra-comique, anche se, a volte presentano tecniche costruttive originali ed accentuata vitalità virtuosistica, specie nella linee vocali. Il Sigismondo, inoltre, fa tesoro delle ultime conquiste tecniche ed espressive del tessuto orchestrale che vivacizza con l’innesto di nuove coloriture ottenute con l’inserimento degli strumenti a plettro, insoliti per l’orchestra di teatro dell’epoca.

Copiose e complesse risultano le variazioni timbriche ottenute dai molteplici accoppiamenti dei sette strumenti in partitura (flauto, oboe, mandolino, chitarra, due violini e cello) e delle due voci (soprano e tenore), mostrando, così, l’Autore di saper raccogliere tutte le tensioni moderne implicite ed esplicite nel composito crogiolo delle complicazioni melodiche, armoniche, e contrappuntistiche per modellarle e convertirle in energia narrativa.

Per il nutrito dialogo chiaroscurale e dinamico tra forte e piano, per coerenza musicale nella caratterizzazione dei personaggi, per la candidezza dello stile drammatico, come compositore egli, a volte, è debitore a Paisiello e a Cimarosa, rispettivamente di uno e di dieci anni più giovani di lui.

Con la sapienza del dotto, nel suo vulcanico coacervo, egli compendia la spontanea cantabilità, la scorrevolezza dell’invenzione melodica di schietta impronta di scuola napoletana e le graziose movenze, il piglio deciso e brillante dei migliori Haydn e Mozart che monopolizzavano il gusto e l’attenzione musicali degli ultimi decenni del secolo, aggiungendovi di proprio una sottile raffinatezza di altissima classe.

* * *

Nella revisione curatane ho provveduto a realizzare il libretto dalla partitura e ad emendare gli inevitabili errori causati dalla fretta dell’Autore, e a materiare alcune battute vacanti, specie del flauto e dell’oboe che, a volte, sono semplicemente accennati, come nel duetto finale. Nella parte conclusiva del quarto recitativo a secco ho elaborato un tema appena pronunciato affidandolo al flauto e alla chitarra.

Dato il carattere di affettata galanteria di cui è pervasa l’operina ho anteposto al secondo atto, a mo’ di preludio, un breve minuetto che ostenta garbata frivolezza appartenente ad un suggestivo Notturno per orchestra dello stesso Sigismondo.

Questa Preziosa ridicola, nel Settecento, meritò quasi la stessa fortuna toccata alla Serva padrona del Pergolesi, avendo calcato, per oltre sessant’anni, le scene dei più importanti teatri italiani.

Ultima delle rappresentazioni nel 1792. Questa volta Le preziose ridicole tornarono a Napoli in versione coreutica, con musica di Giuseppe Ercolani. L’opera venne rappresentata al Teatro  San Carlo, come intermezzi dell’ Elfrida di Giovanni Paisiello (1740-1816).

Torniamo alla Preziosa ridicola arienzina del 1783, ossia  La Prosuntuosa delusa del Sigismondo.

Punto di partenza del libretto è la satira di costume ben celata sotto le comode vesti della farsa: la vanagloriosa ed intraprendente servetta che, per calcolate mire amorose, si fa passare per la propria padrona, dopo aver sciorinato, fra divertenti quiproquò, millanterie a dritta e a manca, si ritrova in un bagno di vergogna quando scopre che il suo potenziale principe azzurro è solo il cuoco di esso.

* * *

La partitura autografa é conservata negli scaffali della biblioteca di San Pietro a Maiella, contrassegnata, in catalogo, da A 586. Il manoscritto, un po’ precario ed, in qualche parte, incompleto, si compone di due parti: la prima comprende una Sinfonia introduttiva in tre movimenti (Allegro, Andantino, Allegro-minuetto), quattro arie ed un duetto; l’altra tre arie e due duetti. Tranne l’arietta del soprano Ove son ? e lo splendido duetto finale, introdotti dal recitativo accompagnato, gli altri brani cantati sono preceduti dal solito declamato col solo substrato del basso cifrato. Gli uni e gli altri si saldano felicemente in un solo corpo lirico-drammatico. Se si eccettua l’aria di Madama Nei brillanti miei passeggi, che rispetta l’antica rigida formula dell’aria col da capo, il taglio delle altre riproduce l’arietta leggera a schema libero dell’Opéra-comique, anche se, a volte presentano tecniche costruttive originali ed accentuata vitalità virtuosistica, specie nella linee vocali. Il Sigismondo, inoltre, fa tesoro delle ultime conquiste tecniche ed espressive del tessuto orchestrale che vivacizza con l’innesto di nuove coloriture ottenute con l’inserimento degli strumenti a plettro, insoliti per l’orchestra di teatro dell’epoca.

Copiose e complesse risultano le variazioni timbriche ottenute dai molteplici accoppiamenti dei sette strumenti in partitura (flauto, oboe, mandolino, chitarra, due violini e cello) e delle due voci (soprano e tenore), mostrando, così, l’Autore di saper raccogliere tutte le tensioni moderne implicite ed esplicite nel composito crogiolo delle complicazioni melodiche, armoniche, e contrappuntistiche per modellarle e convertirle in energia narrativa.

Per il nutrito dialogo chiaroscurale e dinamico tra forte e piano, per coerenza musicale nella caratterizzazione dei personaggi, per la candidezza dello stile drammatico, come compositore egli è debitore a Paisiello e a Cimarosa, rispettivamente di uno e di dieci anni più giovani di lui.

Con la sapienza del dotto, nel suo vulcanico coacervo, egli compendia la spontanea cantabilità, la scorrevolezza dell’invenzione melodica di schietta impronta napoletana e le graziose movenze, il piglio deciso e brillante dei migliori Haydn e Mozart che monopolizzavano il gusto e l’attenzione musicali degli ultimi decenni del secolo, aggiungendovi di proprio una sottile raffinatezza di altissima classe.

Pietro Andrisani

 

 

 

spoleto

IL CUOCO E LA MADAMA

Due Intermezzi di Giuseppe Sigismondo

Nuova revisione di Pietro Andrisani

 

Personaggi e Interpreti

Cuoco                                     Marco Frusoni

Madama                        Emiliya Ivanova

                                      Deborah Leonetti

Direttore Francesco Massimi

Regia, scene e costumi Andrea Stanisci

Ensemble strumentale dell’Orchestra del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto

SPOLETO

Teatro Caio Melisso

Venerdì 18 Settembre – ore 20.30

Sabato 19 Settembre – ore 20.30

Domenica 20 Settembre – ore 17.00

 

SINOSSI

Parte prima

Il Cuoco, travestito da gentiluomo, giunge in casa della Madama, che altro non è che una servetta che si fa passare per la sua padrona. Il cuoco ha intenzione  di vendicare il suo padrone, il conte Farfallone, che soffre per amore perché ama, non ricambiato, la Madama. Il Cuoco preannuncia alla Madama l’arrivo di un attraente forestiero, il Colonnello Bellorofonte, e la Madama se ne invaghisce ancora prima di vederlo. Arriva il Colonnello, che è di nuovo il Cuoco travestito. I due civettano e si corteggiano a vicenda con un dialogo che tocca i nobili argomenti della poesia e della musica, ma in modo comico e grottesco; in realtà i due protagonisti scimmiottano i modi, la cultura e uno stile di vita troppo distante dal loro.

Parte seconda

Il dialogo tra il Cuoco e la Madama prosegue sullo stesso stile. Questa volta parlano di danza ballando alcuni passi di un minuetto. Nonostante la finzione di entrambi, i due sembrano innamorati davvero. arriva, inaspettato, uno staffiere che richiama all’ordine il Cuoco, costretto ad allontanarsi. La Madama assiste, quindi, al momento in cui il finto Colonnello viene spogliato della sua spada, del suo cappello e della sua uniforme. Il Cuoco torna da lei ed è costretto a confessarle l’inganno ed il motivo per il quale era stato architettato. Il lieto fine non tarda ad arrivare perché, tra i due, l’amore è già scoccato e la verità dei sentimenti ha la meglio sulla finzione degli atteggiamenti.

 

SINOSSI 2

Ispirata molto alla lontana e molto liberamente a Les précieuses ridicules di Molière, “Il Cuoco e la Madama” racconta della servetta di una nobile famiglia, che si fa passare per la padrona. Corteggia e si fa corteggiare da un Colonnello il quale, però, è il cuoco travestito di un gentiluomo respinto dalla nobildonna.

Da qui una serie di fraintendimenti e malintesi tra i due personaggi, ma, soprattutto, i loro goffi tentativi di scimmiottare dei modi, una cultura, uno stile di vita troppo distante dal loro. Due parvenus che dell’alta società imitano l’apparenza da cui sono rimasti abbagliati nell’ombra dei loro ruoli subalterni.

Nonostante la finzione, però, l’amore tra loro scocca davvero e la verità dei sentimenti ha la meglio sull’inganno degli atteggiamenti.

[1] FLORIMO Francesco, La scuola musicale di Napoli e i suoi conservatori, Napoli, 1881.

[2] Ivi