Dopo le polemiche scoppiate intorno alla triste conversazione andata in onda a Parliamone sabato sulle donne dell’est che vengono in Italia sposate da uomini italiani, dice il direttore generale Rai Campo Dall’Orto che quel programma ha “Contenuti che contraddicono la mission del servizio pubblico e la nostra linea editoriale” e ne impone la chiusura.

Ma forse farebbe bene a guardare l’intero programma contenitore dell’inserto della Perego, il famigerato La vita in diretta che fa il paio – in concorrenza di ascolti  – con analogo programma in onda nelle stessa fascia oraria su un canale Mediaset e magari decidere di chiudere l’intero contenitore pomeridiano, se volesse essere coerente.

La vita in diretta è un programma lungo oltre 3 ore, tutto il pomeriggio di ogni giorno, interamente dedicato ai temi tipici dei giornali da parrucchieria: pettegolezzi, cantanti e attori, VIP, delitti di provincia, oroscopi e scemenze assortite, scelte fra quelle più capaci di attrarre la morbosità del pubblico. Ciò avviene secondo un calcolo preciso, quello di tenere avvinta alla TV per somministrare spot pubblicitari, la più ampia parte di pubblico, quello culturalmente più sprovvisto e quindi più sensibile ai martellanti consigli per gli acquisti trasmessi in quella fascia in modo merceologicamente mirato per quello specifico tipo di pubblico. Cosa c’entri mai questa paccottiglia col servizio pubblico sembra non domandarselo nessuno.

La riflessione non basta farla sulla insulsaggine offensiva di un servizio sulla tratta delle donne dall’est Europa, ma andrebbe fatta sull’intero programma, sull’intero palinsesto RAI e sul complessivo senso di servizio pubblico, rammentando che servizio pubblico è tale se persegue finalità nobili di elevazione del livello culturale del Paese.

Si assiste invece alla produzione e messa in onda di programmi evidentemente frutto di calcoli commerciali e quindi diretti per lo più ad attrarre il pubblico più permeabile ai suggerimenti degli spot pubblicitari. Pubblico il cui gusto viene ridotto a livelli massificanti sempre più bassi con la induzione al conformismo culturale e di consumo che i venditori di prodotti si auspicano e impongono con strategie di palinsesto frutto di costosi studi di marketing. Tutto ciò – deprecabile – è tipico delle emittenti commerciali; non si capisce proprio perché mai debba accadere nella Rai servizio pubblico che dovrebbe avere finalità diverse dallo spaccio di prodotti in offerta.

Quindi chi dirige la RAI e gli organi parlamentari che la controllano dovrebbero prendere atto che il palinsesto, ormai, è dettato dagli inserzionisti e regolarsi di conseguenza: o cambiare strada e produrre palinsesti dignitosi oppure continuare a trasmettere spazzatura e licenziare oltre la metà del numerosissimo personale che i cittadini strapagano fra programmisti, dirigenti, registi, sceneggiatori, amici degli amici, consulenti, creativi e via sperperando. Non si può avvilire la più grande azienda editoriale della Nazione a una immensa pattumiera commerciale.

Le donne dell’est.

Non è la nazionalità che le rende attrattive, è la loro somiglianza con i prodotti di cui si fa pubblicità in TV: decorativi e status-simbol.

Il tizio che era ospite del programma raccontava spontaneamente di essersi rivolto alle agenzie matrimoniali di importazione biondazze perché le donne italiane non se lo filavano proprio. Non si accontentava, lui, di una donna del suo vicinato, operaia come lui, no: lui la voleva fuoriserie, come quelle del cinema, come quelle della pubblicità.

Come per le auto: a costo di firmare cambiali per tutta la vita, certi uomini sentono il bisogno perentorio di possedere una BMW o un SUV o una certa altra auto che hanno visto alla TV: non ci dormono la notte per mesi finché, alfine, se la comprano, il sogno di una vita. Ma è concepibile? Un veicolo, una scatola di lamiere a motore che diviene il sogno di una vita di qualcuno di noi?

Così per le donne vistose: le vedono in TV, ne invidiano i proprietari e si incaponiscono e infine se le comprano, le ordinano dal catalogo e le fanno venire dalla Russia. E le agenzie costano molto care.

Questo è il risultato di 40 anni di TV spazzatura, di educazione sentimentale affidata ai cine panettone (quando va bene), alla assenza di educazione sessuale nelle famiglie e nelle scuole, al permanere della concezione della donna come un oggetto decorativo da possedere, usare, e se non va bene restituire, picchiare, demolire, rottamare e, al limite, assassinare. E’ mia e ne faccio quel che voglio.

Nella concezione di tanti, troppi uomini, la donna è come l’auto: non una persona ma una merce comprata da esibire in giro.

Non importa se poi lo sanno tutti che te la sei pagata a cambiali, ma finalmente puoi guidare una BMW e tutti si devono girare a guardarti mentre la guidi.

Uguale per la donna. Tua.