Ignazio non era un ragazzo che voleva farsi notare. Con una ariosa corona di capelli rossi, studiava in silenzio e con costanza, da “bos lassus qui firmius figit pedem”. Sapeva che, se voleva riscattarsi, doveva farlo con le sue forze e la sua volontà. Perciò non ricordavo di lui se non la capigliatura rossa, un po’ arruffata. Si era negli anni Settanta del secolo scorso.

Me ne ero colpevolmente dimenticato, quando, una quindicina di anni fa, ad Aliano, mentre si svolgeva un convegno su Levi, mi sentii chiamare: “Professore”. Mi voltai e intravidi un uomo magro, con moglie. Non l’avevo riconosciuto. Si presentò. Mi disse che si era laureato in medicina, che si era stabilito a Trivigno (interessante scelta) e che lavorava presso l’ospedale “San Carlo” di Potenza. Rievocando gli anni della scuola, mi ricordò che gli era rimasto fermo il giorno in cui, facendomi forte del mio ruolo, avevo dato alla classe le bozze di un mio saggio su Cesare Pavese, da correggere.

Forse gli piacque Pavese. Ed è cosa facile. Forse lo colpì il fatto che un professore “si faceva correggere” dagli alunni. Da allora ricevevo da lui frequenti saluti, attraverso quanti, anche miei parenti di Potenza, si affidavano alle sue cure, sempre attente, prestate quasi sottovoce.
Un giorno seppi che era seriamente malato. Perciò, quando, nel settembre scorso, appresi che, presso l’istituto Sant’Anna di Matera, aveva organizzato e presiedeva un grande convegno internazionale di reumatologia, pensai di andare a salutarlo. Avevo con me l’ultima copia di un volume di gran pregio, che avevo fattivamente compilato insieme ad altri. Era intitolato “Il telero di Carlo Levi – da Torino un viaggio nella Questione Meridionale”.

A convegno affollatissimo, mi sedetti in una del ultime file, aspettando di andare da lui. Invece, aggirandosi fra i convegnisti, mi vide e mi venne incontro. “Che felice giornata” – mi disse, abbracciandomi. Gli consegnai il volume, riccamente illustrato, che, dedicato a Carlo Levi, a lui – che, a differenza di altri, non era fuggito e non si era dimenticato della sua regione -, doveva fare immenso piacere.

Sul volto portava i segni inequivocabili della malattia. A noi professori capita di rivedere, anche distanza di decenni, sempre e solo il ragazzo. Gli feci delle carezze in volto, dicendomi felice della sua brillante carriera e dei grandi successi che aveva conseguito nello studio della sua disciplina, a vantaggio dell’umanità tutta. Mi sorrise. Rividi meglio il ragazzo.

In quell’incontro, magia della scuola e della professione di insegnante, ero riuscito a farlo diventare, per qualche munito, il diciassettenne del Liceo Duni.

La cosa, oggi, mi consola.