Un filo tricolore per un popolo e un Paese che si ritrova in parte nella solidarietà, nello sdegno verso l’ipocrisia e il malaffare o quando un grande evento sportivo ci fa diventare, per esempio, campioni del Mondo di calcio. Ma quando si tratta di libertà, democrazia, tutele del lavoro e di altre conquiste che sono costate lacrime, sudore, sangue e sacrifici siamo alla smemoratezza o quasi.

Ci vogliono date come il 25 aprile, il 2 giugno, il 4 novembre, le giornate di gennaio e marzo del ricordo e della memoria sulla shoah e le deportazioni o delle vittime delle foibe o il 21 settembre 1943 , per Matera, per ricordare quanto è costata l’unità di un Paese, che sembra non aver fatto i conti con il passato.

C’è chi dopo la seconda guerra mondiale, durante la transizione tra Monarchia e Repubblica, tra lotte di Resistenza e Repubblica sociale,ha vinto, ha perso o ha scelto con opportunismo di continuare a fare quello che aveva sempre fatto ( i propri affari) cambiando bandiera, maglia e orientamento. Sta proprio in questa rivoluzione silenziosa, o trasformismo tollerato e assecondato, il limite della storia del Bel Paese che ha ancora tanti buchi neri fatti di tentativi di eversione, di stragi compiute quasi da uno Stato nello Stato o da mani interessate che lavorano per strani equilibri internazionali. Poteri forti che bloccano o disturbano al momento opportuno, quando l’Italia va su altri binari? Interrogativo legittimo.

Certo è che la buona volontà non basta per ricordare quali sono state le radici del Paese. E i risultati si vedono nelle piazze, con città come Potenza, che non hanno celebrato il 25 aprile, con la non partecipazione della brigata ebraica a Roma o dove ha partecipato (come quella di Milano) dove si è giunti alla contestazione. E che dire della scuola e dei programmi. Si arriva alla Resistenza o agli anni Settanta o alle vicende Europee solo in pochi lodevoli casi, quando c’è un docente illuminato che salta a piè pari i capitoli di retorica insipienza culturale. Ma ci sono anche le canzoni, i libri, film, dibattiti, l’Anpi e i tanti scoop o presunti tali sul ritrovamento dei diari del Duce o i carteggi finiti all’estero appartenuti a questo o a quel leader delle grandi potenze del patto di Yalta.

E qui ritorniamo alla memoria condivisa, tema che si è affacciato tra luci e ombre durante i governi Berlusconi con manifestazioni verso gli eroi della Rsi, della X Mas, le vittime delle Foibe, le riletture delle guerre dei vinti, delle ritorsioni e delle vendette di partigiani contro repubblichini, podestà e all’interno dello stesso mondo partigiano per mettere a tacere verità scomode descritte – e non solo- nei libri di Giampaolo Pansa. Da qui, lo ricordiamo, gli annunci di voler riscrivere i libri di storia. Spazio allora a verità nuove , ma con uno spirito nuovo nell’illustrare ai giovani la storia del Bel Paese. Per quanto ci riguarda ribalteremmo i programmi cominciando da storia e autori contemporanei, per poi raggiungere le radici risorgimentali. E lo stesso valga per gli autori.

Le vere riforme hanno bisogno di uno sforzo di creatività, altrimenti avremo sempre più giovani cittadini di domani sempre meno consapevoli delle loro radici…che non può essere la dimensione 2.0 o della virtualità inconcludente e narcistica del ”mi piace” cosa?

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Servono meno retorica e più spirito critico, analisi e consapevolezza di quanto è stato e di quanto rischia di perdere un popolo senza memoria o dalla memoria corta, tra spinte all’accoglienza o verso l’intolleranza come sta accadendo per i migranti . Italia a braccia aperte ma nel rispetto della legalità evitando paternalismo, buonismo e affarismo come accaduto per la società di mezzo dell’inchiesta per Roma Capitale.

E’ vero è un problema di portata internazionale, ma l’Italia deve tutelare peculiarità e identità, con una integrazione che deve seguire percorsi di legalità altrimenti ci troveremo -come sta accadendo nelle grandi città- con gravi problemi di ordine pubblico e sicurezza sociale. Anche questi aspetti. per i più attenti, coinvolge il tema della Liberazione.

A Matera il 71° Anniversario è stato compromesso dal maltempo, che ha imposto in piazza Vittorio Veneto una riduzione del programma e degli interventi previsti in scaletta. Era dagli anni Sessanta, hanno ricordato, alcuni reduci, che il 25 aprile non era disturbato dalla pioggia. Autorità e cittadini hanno assistito alla cerimonia proteggendosi con ombrelli. Dopo l’alzabandiera i rappresentanti istituzionali hanno deposto due corone di alloro al Monumento ai Caduti della prima guerra mondiale. Sono seguiti i brevi interventi di una studentessa, Arianna Antezza, presidente della consulta studentesca, del professor Francesco Lisanti, orfano di guerra,e presidente del museo dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra e del sindaco di Matera, Raffaello De Ruggieri che hanno rimarcato i valori della memoria, del ricordo e della libertà quali fattori di difesa della pace per il futuro.

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IL SINDACO, LIBERIAMOCI DALL’ASFISSIA DEL FUTURO
“L’Europa di oggi si deve all’eroismo di tutti coloro che morirono per la libertà”. Così il sindaco nel suo discorso in occasione del 71mo anniversario della Liberazione pronunciando alcune frasi di alcuni martiri: “Io muoio perché gli altri vivano, dissero. Ma l’Europa dopo il momento di riscatto ha recuperato il valore dell’unità e della solidarietà, della compartecipazione dei popoli? Oppure al potere militare si è sovrapposto quello economico? Oggi ricordiamo i nostri morti, la liberazione, ma anche per impegnarci a costruire il domani e a liberarci dall’attuale asfissia di futuro. Ecco il monito che nasce da una città come Matera – ha concluso – la prima a ribellarsi e a ottenere la Medaglia d’argento. Viva Matera, viva l’Italia, viva l’Europa”.
La cerimonia, svolta in forma ridotta, a causa del maltempo che si è abbattuto sulla città, era stata aperta con l’omaggio del sindaco, del presidente della Provincia Francesco De Giacomo e del Prefetto Antonella Bellomo, al Monumento ai Caduti in piazza Vittorio Veneto.
Ad aprire gli interventi era stata Arianna Antezza, presidente della Consulta provinciale degli Studenti che, nel suo intervento aveva sottolineato: “Chi morì, fu spinto dalla forza innteriore, intrinseca ad ogni uomo: il desiderio di libertà. Oggi festeggiamo il riscatto, l’emancipazione degli italiani, la democrazia e la legalità”.
Nell’intervento di Franco Lisanti, orfano di guerra è stato ricordato: “Forse si parla troppo poco dei valori espressi il 25 aprile. E’ più facile a volte cantare inni che osservarne i precetti. La storia di ogni Paese insegna che è facile seppellire gli ideali, invece bisogna credere nei valori della resistenza, mettendoli a fuoco. Essa fu collaborazione fra partiti diversi, unioni di credenti e atei, accantonamento di dissensi, tensione verso le mete comuni”.
In apertura della giornata il sindaco si era recato al Cippo di via Cappuccini dove aveva deposto una corona insieme al presidente della Provincia Francesco De Giacomo. Le autorità civili e religiose si erano poi recate nella chiesa di S. Francesco dove il vescovo, mons. Pino Caiazzo, aveva celebrato la Messa sottolineando, durante l’omelia, il valore del sacrificio umano che condusse alla libertà e ricordato le forti emozioni durante il viaggio svolto qualche anno fa ad Auschwitz e Birchenau.