La improvvisa scomparsa di Mimì Notarangelo ci ha colti nel pieno di una domenica ad alta tensione politica, proprio come è stata la sua vita. Noi lo abbiamo conosciuti da giovani militanti del PCI quando con il suo sorriso e la sua semplicità esercitava il suo ruolo di dirigente politico, sebbene sempre armato di macchina fotografica o di “cinepresa” in superotto. Quante manifestazioni e cortei nel mio comune di origine ricordo ha filmato e saranno sicuramente custoditi in quel grande forziero che ha riempito in tutti questi anni di passione politica e giornalistica. Domani lo saluteremo un’ultima volta ai funerali che si svolgeranno alle 15,00 presso la Chiesa di San Giovanni, ma il suo ricordo di persona solare e passionale rimarrà indelebile in chi ha avuto la ventura di percorrere pezzi di strada insieme.

Così come fanno nel bel ricordo che segue: Giovanni Caserta, Giuseppe Pace, Angelo Ziccardi, Prospero Cerabona (Presidente della Fondazione Amendola di Torino), Domenico Cerabona (Presidente della Associazione Lucana Carlo Levi di Torino)

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Si è spento Domenico Notarangelo, un coraggioso

Si è spento Domenico Notarangelo, per tutti noi Mimì Notarangelo, figura di rilievo nella vita politica, culturale e civile della città di Matera.

Non era materano e nemmeno lucano. Era nato a San Michele, in Puglia, in provincia di Bari. Racconta minutamente della sua vita in uno degli ultimi suoi libri – C’ero anch’io, Calice editori, 2012.

Era nato da famiglia poverissima, il 6 marzo 1930. Il libro è innanzitutto un interessante documento della vita di un paese meridionale della prima metà del Novecento. Mimì vi dimostra tutta la sua simpatia e il suo amore per le tradizioni e il mondo culturale dei paesi meridionali e, quindi, degli umili. Rimarrà una del sue passioni. A contatto con la vita degli umili, maturò in lui un naturale slancio verso la povertà e verso il Sud, presto rafforzato dalla esperienza di seminario. Si sentiva – e lo confessava – di spirito francescano. E francescanamente – diceva – aveva aderito al Partito Comunista.

Negli anni Quaranta – racconta – “a sera, pur indossando la sottana da prete, andavo alla Camera del Lavoro, mi sentivo attratto da quel vecchietto che assomigliava tanto a Gandhi”. Era il comunista Silvestro Deiure. Percorreva, così, la strada che era stata di Rocco Scotellaro, seminarista e poi socialista, da lui tanto amato.

La militanza nel Partito Comunista avvenne in anni difficili, quando essere comunisti significava essere estromessi da qualunque vantaggio e aiuto e anche diritto che la società poteva offrire. Mimì fu imperterrito e affrontò sempre con dignità disagi e povertà, molto aiutato dalla sua carissima Marisa, la moglie, che ne condivise tutte le difficoltà. Corrispondente dell’Unità, fu spesso sotto attenzione per le sue denunzie e accuse, che spesso era costretto a muovere al malcostume dominante.

Rivestì anche cariche politiche, nella veste di consigliere comunale e provinciale, sempre dall’opposizione. La politica non gli dette nulla. Anzi, tutto sommato, gli procurò piuttosto danni. Per la politica, nonostante le sue indiscusse qualità intellettuali e culturali, non riuscì mai a laurearsi. Il partito, un giorno, abbandonandolo, dimostrò di non aver saputo apprezzare adeguatamente le sue capacità e il suo spirito di dedizione. Lo confessa con amarezza nel suo libro autobiografico.

Le sue capacità e qualità culturali e intellettuali avrebbe dimostrato sia fuori che dentro il partito, quale organizzatore e operatore culturale. Amico di Carlo Levi, di Amendola, di Chiaromonte, strinse grande amicizia con Pasolini, al momento della realizzazione del film Il Vangelo secondo Matteo, e con Francesco Rosi, al momento della realizzazione del film Cristo si è fermato a Eboli. A quegli eventi ha dedicato studi. E libri.

Ma libri ha scritto sulla storia del giornalismo in Basilicata, sulla rivoluzione del 1799 e sul mondo popolare. Fu, perciò, attento raccoglitore di documenti, che si conservano numerosissimi nella sua casa. E c’è un vero e proprio archivio fotografico, che pensò di offrire ad Enti pubblici. C’è da sperare che ci sia chi se ne prenda cura.

Ma tutti questi meriti svaniscono se si pensa al cuore con cui, per lunghi anni, seguì la malattia di Marisa, trasferendosi con lei per tutti gli ospedali d’Italia. Un vero calvario. Non meno degna di ammirazione è lo spirito con cui, negli ultimi anni, ha trascorso la sua vita su una sedia a rotelle, lui, abituato ad una vita dinamica e senza soste. Spesso, soprattutto negli ultimi tempi, pensava alla morte.

L’ultimo suo desiderio è espresso nell’ultima pagina del suo libro autobiografico. “Voglio tornare nel paese che mi ha dato i natali scrive – … Una sola data deve essere incisa sulla mia pietra, il giorno il mese e l’anno in cui venni al mondo: non quella che comunemente viene definita la data della morte. Non si muore. Io continuerò a vivere nella memoria dei figli e dei nipoti e di quanti verranno dopo di me: i quali, al cospetto del mio avello, potranno ritrovare il senso della storia: e del suo eterno fluire” .

E’ vero, Mimì. La vita non si arresta. E non si arresta la lotta e l’impegno per una vita migliore per tutti, per la quale ci hai preceduto. Ci sono sempre di quelli che ti assumono e ti assumeranno ad esempio.

Giovanni Caserta
Giuseppe Pace
Angelo Ziccardi
Prospero Cerabona, Presidente della Fondazione Amendola di Torino
Domenico Cerabona, Presidente della Associazione Lucana Carlo Levi di Torino