Adriano Olivetti, Alcide De Gasperi, Palmiro Togliatti, il sindaco Giuseppe Lamacchia, don Giovanni Mele, il maestro Nicola Maremonti …e loro. una parte degli abitanti dei rioni Sassi, per gran parte contadini e con famiglia numerose, che accettarono di trasferirsi nelle moderne, salubri e confortevoli abitazioni del borgo La Martella. A una ventina di chilometri, negli anni Cinquanta, dal Barisano e dal Caveoso attratti da un avvenire migliore prospettiva di vita dal progetto di ”Comunità” e da quelle terre assegnate dall’Ente di riforma fondiaria. Terre non sempre sufficienti per campare e a volte poco raggiungibili ma per quei pionieri, che ebbero in dono anche una mucca e un carretto gommato, quella opportunità non andava sprecata. E poi passare dalle stalle ( le case grotte dei Sassi) alle stelle di abitazioni con finestre, bagno, giardini, stalla e fienili esterni era un dono della Provvidenza… Ma non fu tutto rose e fiori, anzi fioroni ” U ch’limm’r” come ne abbondavano nel vicino colle di Timmari, e il professor Francesco Paolo Francione – una antenna attenta su Matera e i borghi rurali- con la pazienza contadina di un tempo ha raccolto le testimonianze di quanti scelsero di trasferirsi nelle nuove case, di quanti vi nacquero e di altri che hanno deciso di tornarci a vivere. ” La Voce di Matera. Storie da La Matera” edizioni di Comunità , è un lavoro prezioso – introdotto dalla argomentate e preziose argomentazioni, ricostruzioni storiche del professor Giovanni Caserta. Un materano ”fuori dal coro”, dalle verità scomode a volte, ma efficace nel riportare le cose, i fatti, i personaggi nelle giuste pagine di storia cittadina, apprezzando l’originalità del lavoro di Francione che ha avuto la pazienza e allo stesso la passione di tradurre in italiano i ricordi in dialetto di tanti martellesi, che a malapena avevano fatto la prima elementare. I più fortunati frequentarono le scuole di ”avviamento” professionale imparando un mestiere e altri (parliamo dei figli di La Martella) si sono anche laureati. Quanto a noi abbiamo letto a rate… nei ritagli di tempo questo prezioso lavoro, che meriterebbe una trasposizione teatrale o cinematografia, da consegnare alla storia vera della città, quella messa da parte dalle forzature virtuali dell’eventificio della progettualità della capitale europea della cultura per il 2019.”Ho voluto-ha scritto Francione- mettere in primo piano i fatti e la vita delle persone; rimarrebbero muti se la parola, prima detta e poi trascritta, non li ritraesse dall’oblio e dalla privatezza dell’angolo domestico, collocandoli sul piano dei disvalori e dei valori universali. Ho rielaborato e trascritto il racconto orale, consapevole di quanto nel passaggio dall’oralità alla scrittura, vada irrimediabilmente perduto: la spontaneità, la leggerezza, il tono tranquillo o rancoroso, la postura modesta o ronfia, l’atteggiamento distaccato o fortemente nostalgico”. Un lavoro che potrebbe essere analizzato e ampliato da uno staff di studiosi sul laboratorio Matera e di La Martella, in particolare, come fu fatto negli anni Cinquanta per l’esperienza di Comunità. E per la verità se n’era parlato in occasione della inaugurazione – quel 25 maggio 2012- della Biblioteca di borgo La Martella, alla presenza di due persone che non ci sono più: Leonardo Sacco (il cui progetto è rimasto lettera morta per la mediocrità (è un eufemismo) di quanti si sono impegnati a valorizzare la sua eredità) e Antonio ”Tonino” Montemurro riconosciuto ”vicesindaco del borgo” che aveva La Martella nel cuore. In quella occasione la figlia di Adriano Olivetti, Laura, propose di attivare un progetto che coinvolgesse almeno un paio di giovani degli atenei delle due regioni, per riprendere le tematiche su La Martella. Immediati furono i consensi dagli amministratori del tempo, tanto più che si trattava solo di pagare le spese di ospitalità dei ragazzi, e per un tempo limitato, ma non se ne fece nulla. Altro che lavoro di rete e di ricerca… E la vicenda della biblioteca e dell’archivio di Leonardo Sacco sono l’esempio della mediocrità culturale e del disinteresse dei parolai che blaterano di ”Cultura” a tutti i livelli.E a bene vedere, rileggendo le tante storie riportate da Francione, ne hanno fatta e tanta di ”cultura vissuta” del territorio i pionieri del borgo di 60 anni fa mettendoci faccia, braccia, speranza, rimediando anche delusioni ma anche soddisfazioni. Ne citeremo alcuni, invitando i materani e non solo, ad apprezzarne ricordi e sentimenti leggendo il libro. E cosi ” Stacchiuccio”, classe 1939, componente di una famiglia di nove figli è l’emblema di una realtà dove regole, rispetto, rinunce sono il perno di un futuro segnato dal destino e da una Provvidenza che ci mettono la coda…e dove il richiamo delle radici lo riporta ad acquistare, dai fratelli, la casa della giovinezza e a lavorare la terra.Saggezza contadina che lo porta a citare una antica ma assennata massima popolare : ” la vita è una ruota che gira e ognuno, se pensa al suo turno, ha più rispetto e pazienza per quello degli altri”. Parole sante e altre ne abbiamo trovate nei racconti dei martellesi, come Nicola classe 1938) che al Centro addestramento reclute di Casale Monferrato conobbe nientemeno che il ”molleggiato” Adriano Celentano, di Eustachio (classe 1950) tutto preso dagli ideali kennediani, di Chiara (nata nel 1943) che ci parla di suo fratello.il primo nato a La Martella al quale fu dato il nome di Alcide …in onore del presidente del consiglio Alcide De Gasperi,di Anna (classe 1948) che ricorda i sacrifici e l’impegno del padre fornaio passato dall’esperienza dei Sassi nella zona di Sant’Agostino a quella di La Martella. E non mancano le storie di emigrazione, di disagio legato allo ”snaturamento” della vita di vicinato, o quelli della scuola con i pluricitati maestri Nicola Maremonti e Michele Lombardi,i filoni durante le belle giornate, di descrizione dei giochi fantasiosi di strada, di malattie contratte come l’asiatica o dei casi di abigeato, delle frequentazione dell’oratorio con le esperienze fatte con don Giovanni Mele o con i Padri di Picciano, come don Cleto, Ivo, Ugo, di arrivi, saluti, partenze,amori e lutti. E altre me ne ha raccontate mio suocero Giovanni, per via di sua sorella Graziella ultranovantenne,residente nel borgo e deceduta nella scorsa primavera. Citiamo in coda i ricordi dei figli di La Martella, come quelli di Armando (classe 1956) sulla inventiva e laboriosità del padre ”un ingegnere mancato”, di Grazia (1954) che ricorda l’esperienza dei ceramisti di un opificio del borgo e del papà che ha mantenuto per anni un ottimo rapporto con gli ex allievi della scuola. Poi Nino (classe 1950) oggi medico, ma che ha lavorato sodo anche nei campi per coronare il suo sogno e poi tentato dalla politica con una parentesi da consigliere comunale. Tanti i ricordi di Pasquale(classe 1959), figlio di un carabiniere, e oggi affermato giornalista nonchè studioso e ricercatore attento di storia locale,che ricorda le attese e i sogni dei ragazzi del tempo per il cinematografo e il timore per ”Caterina” la bacchetta del maestro. E poi Nicola(classe 1981) che auspica possano essere valorizzati presidi culturali come la biblioteca olivettiana per finire a Flores (1988),laureata, figlia di Tonino… tra i martellesi più attivi per il rilancio del borgo e delle sue tradizioni come la sagra della crapiata. Nel suo racconto è lo spaccato di radici e di esperienze che non possono essere recise, ma ricucite alla storia della città. Una frase sentita, spesso a vuoto, nelle promesse elettorali di varie stagioni. Resta ” La voce di Matera”, con le storie da La Martella nella memoria della città e di altri che ci piace ricordare, ma che non ci sono più e che abbiamo conosciuto, come Raffaele Paladino ” Il sindaco” di La Martella che visse tutte le stagioni del borgo con l’auspicio che si potessero riprendere spirito e progetti (tanti) per il quale era stato costruito. Chissà…che la benedizione del patrono del borgo San Vincenzo de Paoli non illumini quanti hanno dimenticato l’anima rurale della Città dei Sassi. Quel Bue lasso, dal piede fermo e con un fascio di spighe in bocca…che invita a ”ricucire” il rapporto con i borghi.