In una recente dichiarazione di Rino Formica si legge che, a suo parere, i nani della prima Repubblica erano più che i giganti di oggi. Sono d’accordo. Che Colombo sia un gigante rispetto agli uomini che, oggi, ci rappresentano in Parlamento, è indiscutibile. Non una sola volta, in tempi recenti, mi è capitato di dire: ”Magari ce l’avessimo un nuovo Colombo”.

Lo dice uno che parlò contro Colombo e la DC in molti comizi, tra Matera e provincia; lo dice uno che non ne ignora vizi privati e pubblici. Il bilancio, però, va fatto nel complesso. E il complesso è a favore dello statista. Nuoce, come un’ombra, invece, il fatto che, a chiederne la “celebrazione” sia chi, singolo, è stato notoriamente troppo amico di Colombo, troppo legato al suo entourage di potenti, troppo dentro.

Purtroppo è di moda, da qualche tempo a questa parte, la corsa frenetica ad onorare questo e quel nome, ancor prima che passino i dieci anni fissati dalla legge. Altro dato è che, prima che onorare la cultura, lo spirito di dedizione agli altri, la nobiltà di sentimenti e di azioni, si corre dietro a figure politiche, acriticamente santificate. Ormai sembra già tradizione il fatto che ogni presidente di Giunta regionale debba avere la sua strada. Potrebbe scattare la propensione per assessori e consiglieri regionali.

Già è successo. E ci sono, oltre Colombo, non pochi parlamentari. Con scarso senso del pudore e del rispetto degli stessi morti, accade invece che ogni partito politico, ogni semplice movimento o gruppetto politico tiri il lenzuolo dalla sua parte, a destra, a sinistra e per il centro. Non c’è distinzione. E’ come dire che la pratica della raccomandazione e della lottizzazione non rispetta nemmeno i morti. Recentemente, raccomandato di ferro a Matera, che non sia politico, ma che sa molto di politico, è stato Pasolini.

Succede, tuttavia, che di nuove strade da intitolare, almeno per il momento, non ce ne sono. Né è facile il cambio di nome, che, fra l’altro, costerebbe non poco agli abitanti del posto. La fantasia, perciò, si va sbizzarrendo intorno agli affacci. Verrà poi l’ora dei cantucci, delle scalinate, delle scaricate, dei ponticelli, dei gradoni, cioè di luoghi tipici e topici o storici, cui sono legati tradizioni, personaggi, funzioni, particolari paesaggistici.

L’affaccio della Cattedrale, invece, dev’essere della Cattedrale, quello di Sant’Agostino dev’essere di Sant’Agostino, Pozzo Misseo non si tocca, cosi come non permettemmo che si toccasse via Timmari. A Colombo, passati i canonici dieci anni, si intitoli una strada, che sia possibilmente dentro o prossima ad uno dei quartieri del risanamento Sassi, tra De Gasperi e don Sturzo. Del resto, intitolare una strada è ben più onorifico che intitolare un affaccio. Su nessun documento e su nessuna busta di nessuna lettera si troverà “abitante in affaccio Colombo”, oppure “(via) affaccio Colombo”.

Intitolare una strada, o un luogo pubblico, in definitiva, è un atto di grande responsabilità morale, civile e culturale. E’ questo il motivo per cui, per legge, devono passare almeno dieci anni. Né è bello che, tra compagni di liceo, uno si levi e faccia un nome, con l’altro che, avendone il potere politico, esegua. Caro Raffaello, ma non esiste una commissione per queste cose? Io, una volta, ne ho fatto parte. Quante discussioni col prof. Strammiello e, se non ricordo male, col buon Del Salvartore! Che fine ha fatto?