Il nostro Vito in pensione ci è andato dal 1 agosto con tutti i conti e gli anni a posto, con gli abbuoni (si fa per dire) della riforma dell’ex ministro del lavoro Giulia Fornero, del Governo dei tecnici guidato da Mario Monti, mentre ci sono altri come il prof Nicola Pavese che a quei fatidici 100 punti non ci è arrivato (è  a quota 96 come scrive in una nota ai parlamentari) e non per colpa sua. E ritorniamo alla ministra andata in pensione a 70 anni, nel maggio scorso, perché docente universitaria. Altra corsia, altra corsa. E  per gli altri che sono a 96,97 o giù che l’Ape social o altra forma di compromesso a tre ruote che ti consente di staccare prima ma di rimetterci censo, interessi e capitale? Come la mettiamo? Il governo giallo verde, M5S-Lega, guidato da Antonio Conte, ha annunciato che intende mettere mano alla vituperata riforma e restituire giustizia a quanti si sono visti stoppare, come uno sgambetto, la possibilità di andare in pensione come avevano programmato e con la scappottata tra sistema contributivo e retributivo. Il risultato è che in giro c’è e ci sarà un’Italia di pensionati dei ‘’due pesi e delle due misure’’, vicenda dei vitalizi a parte, e delle nuove leve che affondano in un sistema di sfruttamento e precariato a tutele decrescenti, parafrasando un noto assioma del welfare renziano. La realtà è questa…tra l’impalcatura del jobs act e le novità introdotte dalla legge dignità. Vedremo. Si attende, con la prossima legge di bilancio, la riforma pensionistica che toccherà quota 100, che fa riferimento a uno strumento di accesso alla pensione solo se la somma dell’età anagrafica del lavoratore e degli anni contributi maturati dà come somma 100. Un lavoratore,in teoria,  potrebbe andare in pensione anche a 60 anni, con 40 anni di contributi. Il Governo, da quanto riportano ipotesi e indiscrezioni, starebbe lavorando a una bozza per la ‘’Quota 100’’ che dovrebbe entrare in vigore già dal 2019 . L’età minima per andare in pensione sarà  di 64 anni e così i contributi minimi da maturare saranno di  36 anni e con un anticipo pensionistico di soli 3 anni rispetto a come è ora. Allo studio altri ritocchi o limiti se preferite.Siamo alle ipotesi anche perché, come tutte le riforme hanno un costo e qualcuno dovrà pur pagarle, visto che gli introiti dell’Inps (polemiche, sparate e strumentalizzazioni a parte) sono in vistoso calo per l’assenza di assunzioni a tempo indeterminato, a cominciare dalla Pubblica Amministrazione. Vediamone alcune. Ci potrebbe essere, in primis, una penalizzazione sull’importo dell’assegno previdenziale per chi accede alla Quota 100, da calcorare interamente con il sistema contributivo. Ma si pensa anche a un benefit o a una pezza .. con la concessione ai lavoratori di  un bonus in busta paga, per incentivarli a continuare la propria attività. E sull’onda della politica del bastone e della carota, ma tenendo d’occhio i conti dello Stato, altre  limitazioni potrebbero riguardare, durante la durata dell’anticipo pensionistico, l’impossibilità di cumulare la pensione con altri redditi da lavoro. Per farla breve nei  tre anni che separano la Quota 100 dal raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia non si potrà riprendere a lavorare. Per cui votatevi a Santa Pensione con tutte le aspettative di vita a essa legata. Poi c’è il Trattamento di fine rapporto (Tfr) che dovreste aver accantonato nella forma più conveniente per voi. Ma anche lo Stato ci sta pensando. Era cominciato con l’ex ministro della finanza creativa del governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Una parte poteva finire in fondi previdenziali, assicurativi, altro in contanti, altro rateizzati. L’importante è non essere compensati, nel BelPaese del gioco, con i gratta e vinci di ultima generazione: “Pensionato miliardario…’’. Divagazioni. Attendiamo atti ufficiali e per Nicola Pavese l’augurio di raggiungere l’obiettivo.

LA LETTERA DI NICOLA PAVESE AI PARLAMENTARI

LETTERA APERTA AI PARLAMENTARI LUCANI

Più passano i giorni e meno si parla di <Quota 100> per andare in pensione. Io sono un <Quota 108>, quindi ben oltre il requisito minimo di cui si discute da alcune settimane, e mi preparo a un’altra beffa e ad essere ancora una volta penalizzato alla luce della mancata cancellazione, riforma o modifica della Legge Fornero. Sono un docente di Matera, nato nel 1952, purtroppo “ostaggio” dello Stato perché vittima di un errore evidente nei confronti dei lavoratori della Scuola (comunque subito individuato) all’interno  della suddetta legge emanata a dicembre 2011 dal governo Monti. All’epoca mi mancavano 6 mesi per cessare la mia attività lavorativa e l’età pensionabile fu “allungata” di ben 7 anni, senza rispettare i requisiti minimi già acquisiti dalla nostra categoria, cioè 60 anni di età e 36 di servizio sintetizzati dalla <Quota 96>. Una triste vicenda  dei giorni nostri, caduta ormai nel dimenticatoio di tutti.

Oggi sono addirittura un <Quota 108>, cioè con 66 anni di età e 42 di servizio, e come me in Italia ci sono al massimo 250-300 docenti (dei 3972 prof del 2011-12) ancora “costretti” a lavorare e che speravano almeno in una modifica della Fornero e nell’introduzione della ormai famosa <Quota 100>. Voglio ricordare che nel dicembre 2011 non si tenne conto, nella stesura e nell’approvazione della Legge Fornero, della condizione “particolare” di coloro che lavorano nella Scuola: l’anno lavorativo per noi va dal 1° settembre al 31 agosto dell’anno successivo (e non dal 1° gennaio al 31 dicembre, come per tutte le altre categorie). Proprio di questa atipicità dei lavoratori della Scuola non si tenne conto nel 2011 da Monti-Fornero, che riconobbero il diritto alla pensione solo ai docenti che <Quota 96> la maturavano alla data del 31 dicembre 2011, escludendo, quindi, coloro che tale requisito lo raggiungevano entro il 31 agosto 2012. Un evidente errore ed esempio di superficialità  che i governi Monti, Letta e Renzi non hanno mai sanato. Con quest’ultimo che il 3 agosto del 2014 ci riservò un’altra inaspettata <pugnalata> bloccando un provvedimento già approvato da tutte le forze politiche. In pratica, nel silenzio generale, stiamo ancora pagando ingiustamente un conto salatissimo in quanto a comprensibili stress e situazioni di disagio personale e familiare. Tra l’altro in questi anni si sono risolte le situazioni degli esodati, è stata creata l’Ape social ma per i <Quota 96> della Scuola non è stato fatto niente!

A 66 anni di età mi occupo , da solo, di mia madre disabile al 100% perché affetta da Alzhaimer, Parkinson e alle prese con una grave emorragia cerebrale. Adesso chiedo: visto che ci sono delle lungaggini per <Quota 100> perché non fare un <provvedimento governativo urgente> per sanare l’errore evidenziato con la presente nota e il 1°settembre prossimo si dà il via libera verso l’attesa pensione <almeno ai Quota 108> della Scuola? Il numero esiguo di lavoratori interessati (250-300 in tutta l’Italia) dovrebbe facilitare il provvedimento che si chiede perché sicuramente praticabile, anche dal punto di vista delle risorse economiche necessarie, dando al Paese un chiaro segnale di quel cambiamento da più parti auspicato.

Spero che di questi problemi se ne occupino i parlamentari lucani sin dai prossimi giorni.

Nicola Pavese,