L’occasione per intervenire stavolta la dà la stupefacente iniziativa di taluni presidi materani che si son presi la briga di girare classe per classe negli istituti superiori per minacciare gli studenti a non partecipare oggi alla Marcia per la cultura e il lavoro, indetta dai maggiori Sindacati dei lavoratori e degli operatori economici materani per denunciare “il preoccupante ritardo e l’inadeguato coordinamento tra i livelli istituzionali comunali, regionali e nazionali nella gestione del prestigioso evento Matera 2019 e la totale assenza di programmazione strategica degli interventi, e approcci e momenti di condivisione partecipata con le parti sociali, le associazioni che avrebbero potuto contribuire a strutturare un “disegno” di futuro, ed un processo di sviluppo di lungo periodo.”

Ovviamente, la Marcia è stata voluta anche per far circolare le proposte maturate nel lungo lavorio sindacale sui posti di lavoro, con l’associazionismo, con gli studenti delle scuole, col mondo dell’artigianato, della piccola e media impresa di qualità, del turismo, della cultura: avanzare la richiesta di adoperarsi realmente e compiutamente per realizzare interventi indispensabili per garantire l’accoglienza turistica, lo sviluppo urbano, le infrastrutture e i contenitori culturali utili per onorare l’investitura a Capitale Europea della cultura 2019; ma anche per costruire un esempio di città che, del rinnovamento urbano e della modernizzazione infrastrutturale innescati da un processo di valorizzazione “stabile” della cultura della città e del territorio,  ne faccia fattore di trasformazione sociale ed economico per le nuove generazioni.

Di fronte a tematiche che interpellano immediatamente la dignità e il futuro dei nostri ragazzi, i cui fratelli maggiori sono già fuori – dal Mezzogiorno oltre un milione e settecentomila in un decennio benché in massima parte laureati, e dalla Basilicata il record delle fughe con oltre il 21% di quel dato – che fa ‘il Nostro’, che fanno i nostri cosiddetti Dirigenti scolastici? Applicano giudiziosamente il regolamento (o direttive suggerite da altre farlocche Autorità?) per giustificare il no agli studenti: un po’ come opporsi ad un progetto dell’insegnante di cultura civica o economica di visitare un luogo di esperienza, in nome delle quattro mura scolastiche in cui consisterebbe l’oggetto dell’istruzione superiore. C’è comunque da chiedersi quanti insegnanti abbiano considerato la Marcia come occasione istruttiva e civicamente educativa ..

Insomma, l’ottusità non domina soltanto il fecondo “nullismo” della Fondazione o delle istituzioni locali …

Avrebbero saputo gli studenti – ma anche i troppi cittadini assenti che la nuova emigrazione del mezzogiorno è tre volte superiore ai dati Istat e supera enormemente il numero degli immigrati e profughi: se si contano finalmente non le cancellazioni di residenza di chi è partito già da anni, ma l’iscrizione ai registri di ricerca lavoro nei paesi meta dei giovani meridionali – Germania e Gran Bretagna prima di tutti – dove le cifre superano di tre/quattro volte quelle contabilizzate dall’Aire, l’anagrafe italiana dei residenti all’estero. Mentre il tasso di immigrati presenti oscilla in tutto il meridione tra il 3 e poco più del 4 per cento, mostrando quanto sia inadeguato l’apporto di nuove risorse umane provenienti dal sud del mondo a compensare lo spopolamento.

Lo Svimez, nel rapporto 2017 sull’economia nel Mezzogiorno, delinea il quadro di un sud dove la crisi continua a imperversare, dove il rischio povertà è tre volte e mezza quello in cui incorre un cittadino del nord, dove una persona su 9 è in condizioni di povertà assoluta (5,5% al nord) e la risposta dello Stato sull’infrastrutturazione primaria per lo ‘sviluppo’ ed i servizi sostanzialmente è inesistente.

Inutile andare a cercare occupazione lì dove la modernizzazione dei processi produttivi ha ridotto l’apporto di lavoro oltre che devastare l’ambiente e generare bisogni indotti. Il consumo per il consumo, non convince più nessuno. E le famiglie quindi non comprano.

Eppure, welfare, socialità, cultura e ambiente sono ancora considerati investimenti “frivoli” – come evidentemente credono anche i nostri manager della Fondazione; roba da romantici, senza capire che è il tempo liberato e di qualità, oggi, il bene dal prezzo più alto. Ed è proprio la consapevolezza, sempre più diffusa ed evidente, che le condizioni e le aspettative di benessere non trovano spazio sufficiente nella visione (se ce ne fosse una) della politica per il futuro del meridione, che fa scattare la molla dell’emigrazione.

E’ questa la scommessa che avrebbe dovuto – prima di ogni altra – porsi Matera 2019. E invece, soltanto un’Epifania di ottusità.

Spero che il Sindacato ora sia conseguente. La CGIL ha impegnato troppe risorse, troppo tempo per ‘convincere’ le altre Confederazioni alla Marcia. Ora, bisognerebbe muoversi come un’Istituzione capace di commissariare le inerzie e le banalità degli enti locali, della stessa Fondazione: imporre, cioè, attraverso il consenso popolare, dei lavoratori, dei ragazzi, il Piano delle priorità. E se mi è consentito, non dimenticando che la cura – quella dei territorio, delle persone, delle tradizioni – non solo produce qualità difficilmente comparabili con la produzione standardizzata quantitativa, appannaggio di una competizione estranea alla condizione del Sud; ma prefigura una via d’uscita alla crisi ecologica che si continua a non voler ‘vedere’: lo sfruttamento e relativa ‘sofferenza’ della cosiddetta “natura” implicano e in un certo senso sono direttamente correlative a sfruttamento e sofferenza umani. Non è forse, questo estremo bisogno, questa reazione vitale, una delle ragioni essenziali per cui si torna a visitare quella parte del Mezzogiorno uscito indenne e sopravvissuto – nel suo abbandono – agli effetti devastanti dei due industrialismi, quello dei borghi conviviali, del buon cibo, dei territori densi di storia solidale pur nel conflitto che da sempre ha diviso e unito il Mare di Mezzo?