Sono bastati pochi giorni al Consiglio di Stato (sezione Quarta) , con l’udienza del 30 novembre scorso e pubblicata il 4 dicembre , per sbloccare definitivament la vicenda dell’edificio di via Lupo Protospata a Matera, noto come le Terrazze, contrassegnato da contenziosi e ricorsi che hanno tenuto bloccato il cantiere per due anni.

L’organismo giudicante, che ha sede a Roma, ha accolto il ricorso presentato dalla Coget di Matera avverso alla sentenza del Tar di due anni fa, che di fatto aveva bloccato il permesso a costruire dando ragione a un ricorrente, un confinante, dell’area interessata all’intervento edificatorio.

Nella ampia motivazione il Consiglio di Stato ha giudicato irricevibile quella prima istanza tenendo conto degli aspetti temporali, normativi o legati alla conoscenza delle situazioni tecniche e di cantiere da parte dei ricorrenti. E mo’?

Coget al lavoro per completare il cantiere, che sarà pronto per natale 2018…alla vigilia del fatidico appuntamento con il 2019. Ma restano i danni subiti quanto a tempo perso e a mancati introiti, a causa del disimpegno di alcuni cittadini che avevano deciso di andare ad abitare in uno dei 12 appartenenti delle Terrazze di via Lupo Protospata.

Il noto cronista dell’anno Mille tiene aperta ancora una pagina di cantiere…Leggeremo.

ECCO UN AMPIO STRALCIO DELLA SENTENZA

R E P U B B L I C A I T A L I A N A

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 8828 del 2016, proposto dalla società Coget

S.r.l…

…..7. Alla pubblica udienza del 30 novembre 2017 la causa è stata trattenuta in

decisione.

  1. L’appello è fondato e deve essere accolto.

8.1. Assume rilievo pregiudiziale (in ordine logico secondo le coordinateermeneutiche stabilite dall’Adunanza plenaria n. 5 del 2015), l’esame del quintomotivo di appello, con il quale si contesta la sentenza del TAR nella parte in cui ha disatteso l’eccezione di irricevibilità del ricorso è fondato e deve essere accolto.

Occorre, innanzitutto, chiarire, che il termine per proporre l’azione di annullamentoè quello ordinario di sessanta giorni, non potendo valere il diverso termine previsto per l’azione risarcitoria. Infatti, la circostanza che gli originari ricorrenti abbiano avanzato domanda di risarcimento in forma specifica, unitamente a quella

caducatoria, non consente ai primi di godere di un doppio regime temporale per avanzare le loro pretese e quindi, di poter invocare il più ampio termine previsto per la domanda di risarcimento in forma specifica, laddove risulti inutilmente decorso quello per la domanda di annullamento. La possibilità, infatti, di ottenere tramite la domanda di risarcimento in forma specifica la stessa utilità, oggetto della domanda caducatoria, comporterebbe l’elusione costante del termine decadenziale previsto per la proposizione di quest’ultima attraverso un meccanismo, che finirebbe per comportare una disapplicazione non ammissibile della detta

disciplina.

Quanto, invece, al concetto stesso di “piena conoscenza” (ed alla sua idoneità a costituire il dies a quo di decorrenza del termine per l’impugnazione dell’atto), occorre ricordare quanto la giurisprudenza della Sezione ha già avuto modo di

osservare (tra le altre, Cons. Stato, Sez. IV, 6 ottobre 2015 n. 6242; 28 maggio 2012 n. 3159).

La “piena conoscenza” del provvedimento impugnabile non deve essere intesa quale “conoscenza piena ed integrale” del provvedimento stesso, ovvero diveventuali atti endoprocedimentali, la cui illegittimità infici, in via derivata, il

provvedimento finale, dovendosi invece ritenere che sia sufficiente ad integrare ilvconcetto la percezione dell’esistenza di un provvedimento amministrativo e degli

aspetti che ne rendono evidente la lesività della sfera giuridica del potenziale ricorrente, in modo da rendere percepibile l’attualità dell’interesse ad agire contro di esso.

Ed infatti, mentre la consapevolezza dell’esistenza del provvedimento e della sua lesività, integra la sussistenza di una condizione dell’azione, rimuovendo in tal

modo ogni ostacolo all’impugnazione dell’atto (così determinando quella “piena conoscenza” indicata dalla norma), invece la conoscenza “integrale” del provvedimento (o di altri atti del procedimento) influisce sul contenuto del ricorso

e sulla concreta definizione delle ragioni di impugnazione, e quindi sulla causa petendi.

La previsione dell’istituto dei “motivi aggiunti” – per il tramite dei quali il ricorrente può proporre ulteriori motivi di ricorso derivanti dalla conoscenza di ulteriori atti (già esistenti al momento di proposizione ma ignoti) o dalla conoscenza integrale di atti prima non pienamente conosciuti, e ciò entro il (nuovo)

termine decadenziale di sessanta giorni decorrente da tale conoscenza sopravvenuta – comprova la fondatezza dell’interpretazione resa in ordine al significato della

“piena conoscenza”.

Ed infatti, se quest’ultima dovesse essere intesa come “conoscenza integrale”, il tradizionale rimedio dei motivi aggiunti non avrebbe una pratica ragion d’essere, o dovrebbe essere considerato residuale.

8.2. Tanto premesso, è opportuno richiamare i principi elaborati dalla giurisprudenza di questo Consiglio (Cons. Stato, Sez. IV, n. 1135 del 2016; Id., n. 4701 del 2016; Id., n. 3067/2017; Id., Sez. VI, n. 6165/2017) in ordine alla questione della verifica della piena conoscenza dei titoli edilizi, al fine di ponderare il rispetto del termine decadenziale per proporre l’azione di annullamento:

  1. a) il termine per impugnare il permesso di costruzione edilizia decorre dalla piena conoscenza del provvedimento, che ordinariamente s’intende avvenuta al completamento dei lavori, a meno che (come nel caso di specie) è data prova di una

conoscenza anticipata da parte di chi eccepisce la tardività del ricorso anche a mezzo di presunzioni;

  1. b) l’inizio dei lavori segna il dies a quo sella tempestiva proposizione del ricorso

laddove si contesti l’an dell’edificazione;

  1. c) dal momento della constatazione della presenza dello scavo è ben possibile ricorrere enucleando le censure (ivi comprese quelle in ordine all’asserito divieto di nuova edificazione) senza differire il termine di proposizione del ricorso all’avvenuto positivo disbrigo della pratica di accesso agli atti avviata né, a monte,

che si possa differire quest’ultima;

  1. d) la richiesta di accesso, invero, non è idonea ex se a far differire i termini di proposizione del ricorso, perché se da un lato, infatti, deve essere assicurata al vicino la tutela in sede giurisdizionale dei propri interessi nei confronti di un intervento edilizio ritenuto illegittimo, dall’altro lato deve parimenti essere salvaguardato l’interesse del titolare del permesso di costruire a che l’esercizio di

detta tutela venga attivato senza indugio e non irragionevolmente differito nel tempo, determinando una situazione di incertezza delle situazioni giuridiche contraria ai principi ordinamentali;

  1. e) l’apposizione del prescritto cartello di cantiere ha la funzione di esporre al pubblico i titoli edilizi rilasciati e i nominativi dei responsabili dall’attività edilizia in corso, onde consentire a eventuali controinteressati di far valere in sede

amministrativa e/o giurisdizionale le proprie posizioni giuridiche soggettive eventualmente lese dall’attività edilizia (e rendere agevolmente individuabili i soggetti responsabili qualora durante lo svolgimento delle attività di cantiere derivino danni nel confronti di terzi), sicché è onere del ricorrente di attivarsi

immediatamente e senza indugio presso i competenti uffici comunali per prendere visione del progetto. Infatti, se per un verso deve essere assicurata al vicino la tutela in sede giurisdizionale dei propri interessi nei confronti di un intervento edilizio ritenuto illegittimo, per altro verso deve parimenti essere salvaguardato l’interesse

del titolare del permesso di costruire a che l’esercizio di detta tutela venga attivato senza indugio e non irragionevolmente o colposamente differito nel tempo, al fine di evitare la creazione di una situazione di incertezza delle situazioni giuridiche in

contrasto con il principio dell’affidamento (v. in tale senso, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. VI, 18 luglio 2016, n. 3191 ivi i richiami alla giurisprudenza della Cassazione penale sulla funzione del cartello di cantiere). 8.3. Facendo applicazione dei su esposti principi al caso di specie, emerge che glioriginari ricorrenti, proprietari confinanti di un immobile posto di fronte a quello

oggetto dei contestati titoli edilizi, quanto meno alla data del maggio 2015, hannoavuto piena contezza della esistenza dei titoli edilizi e della loro portata lesiva, sicché da tale data è iniziato a decorrere il termine per impugnare i titoli edilizi, cherisulta inutilmente decorso alla data di notifica del ricorso introduttivo di prime

cure (27 ottobre 2015).

Dall’esame dei documenti in atti e dalla circostanze deducibili dall’esito del contraddittorio risulta, infatti, che: I) sulla base del permesso di costruire del 12 settembre 2012 già in data 21 febbraio 2013 venivano iniziati i lavori di demolizione dell’immobile preesistente; II) sulla base del secondo permesso di

costruire del 9 dicembre 2014 venivano iniziati i lavori di nuova edificazione, ossia secondo quanto indicato dagli stessi ricorrenti nel marzo 2015 lavori propedeutici allo scavo, nel maggio 2015 completamento dei lavori di scavo; nel giungo 2015

completamento dei lavori di fondazione; III) sia in relazione al primo che al secondo permesso di costruire venivano apposti i cartelli di cantiere, dotati di tutte le informazioni previste per legge; IV) dall’ottobre 2014 veniva esposto un cartello

pubblicitario di considerevoli dimensioni, riportante fotografia dell’immobile erigendo, dal quale risultava che lo stesso sarebbe stato costituito da quattro livelli fuori terra; V) risulta documentalmente provato lo scambio di elaborati grafici tra

professionisti incaricati dall’odierno appellante e gli originari ricorrenti inerenti al secondo permesso di costruire; VI) nel maggio del 2015 il tecnico di parte ricorrente invitava il progettista dell’odierna appellante ad effettuare lavori di

consolidamento, al fine di tutelare il condominio dei ricorrenti.

Se è corretto ipotizzare, infatti, che la prova di piena conoscenza di un provvedimento deve essere fornita dalla parte che ha eccepito l’irricevibilità del ricorso, nel caso di specie non è logico ritenere che anche all’indomani del maggio 2015 gli originari ricorrenti non fossero edotti della portata dell’intervento edilizio contestato.

Pertanto, alla luce degli evidenziati elementi fattuali gravi, precisi, plurimi e concordanti, nonché tenuto conto della natura delle censure dedotte dall’originaria ricorrente – incentrate anche sulla impossibilità di procedere alla demolizione di manufatti ubicati nella zona per cui è causa nonché sulla diversità di sagoma per

ciò che concerne il primo permesso di costruire del 2012 e sulla volumetria assentita in relazione al secondo permesso di costruire del 2014 – deve ritenersi incontrovertibilmente comprovato che l’originaria parte ricorrente, sin dal mese di maggio 2015, e ben prima per ciò che concerne il primo permesso di costruire,

fosse stata a piena conoscenza dell’intervento progettato e in grado di valutarne l’eventuale incidenza lesiva sulla propria sfera giuridica, a fronte di un ricorso introduttivo del giudizio di primo grado notificato il 27 ottobre 2015, e dunque ampiamente oltre il termine di decadenza di cui all’art. 41, comma 2, cod. proc.

amm.

  1. Alla stregua delle rassegnate conclusioni è giocoforza accogliere l’odierno gravame e dichiarare la irricevibilità del ricorso di primo grado cui consegue la parziale riforma della sentenza impugnata.
  2. In considerazione della novità e peculiarità delle questioni sottese all’odierno gravame, il Collegio compensa per intero le spese di entrambi i gradi di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente

pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto in

parziale riforma della sentenza impugnata dichiara irricevibile il ricorso di primo

grado ed il ricorso per motivi aggiunti.

Compensa le spese del doppio grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 30 novembre 2017 con

l’intervento dei magistrati:

Vito Poli, Presidente

Luigi Massimiliano Tarantino, Consigliere, Estensore

Daniela Di Carlo, Consigliere

Nicola D’Angelo, Consigliere

Giovanni Sabbato, Consigliere

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE

Luigi Massimiliano Tarantino Vito Poli