Napoli, Matera e l’orgoglio europeo. Una storia comune che si intreccia con le Logge del Grande Oriente d’Italia. E così Giancarlo Tramontano,conte di Matera, con la sua storia di ambizioni e vessazioni che hanno lasciato un cinquecentesco maniero incompiuto, e il suo creditore Paolo Tolosa sono il pretesto per ripercorre a ritroso la storia di territori,casati, di due città,di due capitali del Mezzogiorno – Napoli per secoli alla guida il Regno delle Due Sicilie- e Matera investita del titolo di capitale europea della cultura per il 2019. Un percorso, come ci informa con la competenza dettagliata e la passione di sempre, il Maestro Venerabile della Loggia del Grande Oriente d’Italia “Quinto Orazio Flacco” Pietro Andrisani. A tirarla fuori una ”tavola’ tracciata nei giorni scorsi durante una tornata a Logge riunite tra la storica ”Losanna” di Napoli e la giovane “Quinto Orazio Flacco” di Matera. La Loggia di Matera può fregiarsi anche della locuzione “Orgoglio europeo” perchè nel 2019 la Città dei Sassi ospiterà – come ci ha anticipato il Maestro Venerabile- una Gran Loggia, con la partecipazione delle Logge che portano nel titolo un segno riferito all’Europa.Un impegno organizzativo non di poco conto, ma allo stesso tempo un arricchimento culturale in primis per il territorio e un omaggio alla storia millenaria di Matera e del Mezzogiorno.

Il VIAGGIO STORICO DI PAOLO TOLOSA VERSO I DUE ORIENTI

Sabato scorso, in occasione di una tornata a Logge riunite (la Quinto Orazio Flacco, Orgoglio Europeo all’Oriente di Matera e la Losanna, all’Oriente di Napoli) si è voluto ri-percorrere un “Viaggio storico da Paolo Tolosa – creditore del conte Giancarlo Tramontano – alla Cecilia-Pudicizia della Cappella del Principe Raimondo di Sangro” che, simbolicamente rappresenta i due Orienti
Matera, 14 aprile 2018, Tornata a Logge riunite
RR:. LL:. Losanna n° 205, Oriente di Napoli
Quinto Orazio Flacco Orgoglio Europeo n° 1500 Or:. di Matera
Viaggio alle radici del principe Raimondo di Sangro
Attraversando via Lucana, arteria principale di Matera, si nota una delle attrazioni più significative della città: è il Castello aragonese rimasto incompiuto per la morte del conte Giancarlo Tramontano.
Egli era nato a Sant’Anastasia al Vesuvio, nella seconda metà del Quattrocento. Suo padre, Ottaviano, esercitava la professione di banchiere a Napoli. Probabilmente quell’impiego valse a Giancarlo la nomina a Maestro della Zecca aragonese, sita allora presso la chiesa di Sant’Agostino al Pendino. Non contento di questo ambito incarico, Giancarlo volle salire sul carro della nobiltà ottenendo, con ingegnosi raggiri, la contea di Matera che non tardò a sottometterla a servitù feudale. Qui furono sempre più incalzanti le sue pretese su gabelle e tasse.
Il 28 dicembre del 1514 riunì il Parlamentino della Contea per chiedere al popolo ulteriori tasse onde far fronte ai congrui debiti contratti con il suo creditore catalano, Paolo Tolosa a cui doveva ben 24.00 ducati.
Esasperati dai continui soprusi, alcuni popolani e nobili materani riuniti nei pressi della Parrocchia rupestre di San Giovanni Vecchio, nascosti dietro un masso, che faceva da testimone “u pizzone du mmal consighj” – successivamente chiamato il masso del mal consiglio -, congiurarono l’uccisione del conte. L’agguato si svolse il giorno dopo, all’uscita del conte dalla porta laterale sinistra del Duomo; probabilmente, i congiurati approfittarono delle usanze del tempo che non permettevano al conte e alla sua guardia del corpo di entrare armati, in chiesa.
Paolo Tolosa allora venne risarcito dei beni del conte, fra i quali una tenuta a Chiaia che partiva dal mare per giungere alla collina del Vomero. Comprendeva una masseria, quattro palazzi ubicati intorno alla chiesa dell’Ascensione.
Otto mesi dopo la morte del Tramontano, il Tolosa versando 20.000 ducati al Demanio Regio, veniva anche in possesso di Matera e del titolo.
(Quella proprietà a fine Cinquecento passò alla duchessa Maria Felice Orsini, contessa di Matera. La quale, vicino alla sua residenza, fece costruire la chiesa e il convento di Santa Maria in Portico con pertinenza all’odierna via Cimarosa, dove, all’altezza di via Enrico Alvino, venne fissata una Formella che delinea ancora oggi quel confine)
L’intricata vicenda biografica del ricco mercante catalano, che seppe scalare i vertici della società finanziaria napoletana fino a diventarne uno dei maggiori protagonisti del Regno, si intreccia non solo con la storia del conte di Matera, ma, soprattutto, con la realizzazione della cappella Tolosa della chiesa di Monte Oliveto (o Sant’Anna dei Lombardi) che, proprio grazie a lui divenne uno dei maggiori esempi dell’arte rinascimentale a Napoli.
La prestigiosa Cappella Tolosa nella Chiesa di Monte Oliveto venne costruita tra il 1492 e il ’95 su progetto di Benedetto e Giuliano da Maiano e presenta chiari temi architettonici di stampo rinascimentale riconducibili alla sacrestia del Brunelleschi in San Lorenzo, a Firenze. Gli affreschi che decorano le pareti sono di Cristoforo Scacco di Verona; il quadro de La Madonna in trono tra i santi Andrea e Girolamo posto sull’altare, di Reginaldo Piramo da Monopoli. I tondi in terracotta raffiguranti i quattro Evangelisti è opera della Bottega dei Della Robbia. A intarsiare gli stalli posti lungo la fascia inferiore delle pareti, fu chiamato il monaco olivetano, fra Giovanni da Verona (oggi parte di quegli stalli è nella Cappella Vasari della medesima chiesa, parte nel museo di Capodimonte). Nel 1505; Paolo Tolosa continuò ad ornare la sua Cappella commissionando a Pinturicchio (allora pittore esclusivo di papa Alessandro VI) il quadro dell’Assunta tra gli Angeli e strumenti musicali, oggi esposto nella pinacoteca di Capodimonte.
Ma la storia del ricchissimo mercante catalano Paolo Tolosa, si collega, principalmente con il ramo dei Sanseverino di Saponara di Lucania.
Mediante il matrimonio del rampollo Jacopo Sanseverino con la giovanissima Maria, unica nipote del Tolosa, quella famiglia risalì la china della reputazione nella nobiltà regnicola, divenendo una delle più potenti del Regno, unitamente a quella dei cugini, i Sanseverino, principi di Salerno.
Qui è d’obbligo una succinta biografica del marrano Paolo Tolosa.
Era giunto a Napoli nel 1486 dove aveva preso la cittadinanza di quella città convertendosi dall’ebraismo al cristianesimo. Fu creditore della Corte aragonese, delle famiglie più prestigiose del Regno che mostravano profonde difficoltà finanziarie, fra le quali i D’Avalos, i Carafa, alcuni rami dei Sanseverino; fu inoltre, arrendatore della gabella del sale, commissario e tesoriere in Basilicata. In qualità di mercante, nei periodi di carestia del 1503 e del 1508, suscitò un forte malcontento nella popolazione con le sue esportazioni del grano fuori regno.
Nella falda della collina San Martino, precisamente nella contrada Pedamentina (pedemontano, ossia ai piedi del monte), edificò una villa suburbana, ove spese ben otto mila ducati per spianare il terreno sul quale doveva dare spazio ai giardini e ventimila ducati per la costruzione della splenda villa nella quale, dall’ultimo scorcio di primavera alla metà d’autunno, spesso, teneva sontuosi conviti con regi apparati.
Antonio Terminio (1522-1595), cronista di quel secolo, sostiene che il Tolosa se non fu illustre di sangue fu illustrissimo per le grandi ricchezze che ebbe e per il grande animo che mostrò servendosi di quelle. Costui, partito dalla Spagna perché perseguitato dall’Inquisizione, portò a Napoli, con la sua persona, più credito che ricchezze. Qui si impadronì dei mercanti di ogni nazione che negoziavano in città e nel regno, avendo con la sua liberalità acquistata la stima e la fiducia dei ministri del re e della nobiltà.
Il Tolosa ebbe una figlia legittima che diede in moglie ad Alfonso Beltrame, conte di Mesagne. Da quella unione nacque Maria che egli volle educare in casa sua destinandole novanta mila ducati in dote. La promise al primogenito del principe Marcello Colonna, parente della poetessa Vittoria.
Ma un giorno, alla Giostra di via delle Correge (oggi via Medina), dopo aver osservato il coraggio, la destrezza di un bellissimo ragazzo in competizione con altri duellanti, decise che quel giovane sarebbe stato lo sposo di Maria, sua nipote. L’aitante giovane era il diciannovenne Jacopo Sanseverino, primogenito di Ugo e di Ippolita Monti, conti di Saponara. Questa scelta suscitò grande contrarietà in Marcello Colonna, avversione che Paolo Tolosa ridusse al silenzio, assegnando al principe, seimila scudi.
I capitoli matrimoniali tra Jacopo e Maria furono redatti il 15 marzo del 1517, dal notaio Teseo Grasso di Napoli. Verbalmente venne fissata la data della cerimonia nuziale per il 2 giugno dell’anno seguente, quando la fanciulla avrebbe compiuto quattordici anni di età.
Alla dote di Maria, suo nonno concorse con trentacinquemila ducati in contanti, cinquemila in censali, la masseria di Chiaia con le case ed edifici che furono del conte di Matera, Giancarlo Tramontano, mille ducati annui dei tremila posseduti sulla gabella della seta. Aggiunse un donativo di oro e gioielli del valore di tremila e cinquecento ducati. Alfonso Beltrame (+1526), Il conte di Mesagne, suo genero, da parte sua, per il matrimonio della figliola promise cinquemila ducati in contanti, altrettanti in censali della Santa Casa dell’Annunziata, millecinquecento in gioielli, oro e altri beni mobili già in potere delle defunte Angelina Brancia, nonna di Maria e della propria madre.
A fronte a queste laute ricchezze, Ugo Sanseverino e Ippolita Monti si impegnavano a costituire alla sposa del figlio Jacopo un dotario di quattromila ducati sopra i loro beni di ogni genere. Inoltre, essi donavano a Jacopo la contea di Saponara, Castel Saraceno, compreso il titolo nobiliare.
In seguito a questo matrimonio la famiglia Sanseverino e la contea di Saponara godettero di una opulenza maggiore e di un fulgido prestigio, affrescando perfino un ridente sedile, in terra lucana. Il 2 aprile del 1520, con la nascita di Violante, primogenita di Jacopo e Maria, vennero comprate per seimila ducati dal principe Pietro Antonio Sanseverino di Bisignano, le baglive di San Marco e di Altomonte in Calabria, esazioni che davano un reddito di seicento ducati annui. Il costo fu detratto dai rilevanti crediti che Paolo Tolosa vantava su quel principe.
Nei primi giorni di novembre del 1522, Jacopo e i suoi fratelli, Ascanio e Sigismondo, morirono per avvelenamento. Di ritorno da un loro feudo a Ceglie Messapico, fecero sosta a Montalbano Jonico, terra dei propri zii, Girolamo Sanseverino, fratello di Ugo, e sua moglie, Sancia Dentice del Pesce. Qui i coniugi Girolamo e Sancia, in onore dei tre nipoti organizzarono una battuta di caccia nei loro boschi, durante la quale ai tre giovani fratelli venne offerto vino avvelenato.
L’artistico e concettoso gruppo monumentale funebre dei tre giovani fratelli concepito da Giovanni da Nola, per volere della loro madre, Ippolita Monti, fa bella mostra di sé nel piccolo Pantheon di famiglia, la cappella Sanseverino della chiesa San Severino e Sossio di Napoli, sempre ambita meta di visitatori italiani e, soprattutto, esteri.
La giovanissima vedova, Maria Beltrame, contrasse un secondo matrimonio, con Giovanni Bernardino Sanseverino, primogenito di Alfonso, duca di Somma al Vesuvio, divenendo feudataria della terra di Mottola.
Orbo dei tre figli maschi, il povero Ugo Sanseverino, dalla seconda metà del 1527, si ritirò definitivamente nel castello di Saponara, occupandosi prevalentemente del destino del feudo, quindi del matrimonio della piccola Violante.
Nel 1532 la dodicenne Violante, orfana ed erede di Jacopo, conte di Saponara e signore di Viggianello, assistita dai cugini Ferrante (1507-1568), principe di Salerno e Galeazzo Sanseverino, suoi balii e tutori, convola a nozze con Ferrante Sanseverino di Ceglie in Terra d’Otranto, figlio del principe di Bisignano, portando in dote, fra l’altro, Saponara, Castel Saraceno unitamente al titolo di contessa. Titolo che per la legge maritale nomine fu goduta dal suo consorte e tramandato alle generazioni che porteranno a quella di donna Aurora Sanseverino, madre di Cecilia, la Cecilia che suo figlio Raimondo, mediante Antonio Corradini, l’ha perpetuata nella scultorea Pudicizia, posta accanto al Cristo velato, nella Cappella Sansevero.
Cecilia, figlia di Aurora Sanseverino e del fiero cartesiano, Nicola Gaetani d’Aragona, duca di Laurenzana, l’11 novembre del 1707, sposa Antonio di Sangro, principe di Torremaggiore. Le nozze vengono celebrate nel palazzo ducale di Piedimonte d’Alife alla presenza del fior fiore della nobiltà napoletana, dell’alto clero, degli insigni cattedratici, della corte vicereale e col concorso di artisti di ogni campo. I festeggiamenti dell’evento hanno la durata di un mese ed iniziano nel teatro ducale con la rappresentazione dell’opera Radamisto del maestro Nicola Fago su libretto del poeta di casa, Nicola Giuvo, il quale, nella didascalia dell’opera traccia una descrizione assai concettosa del soggetto, come era consuetudine fare con le opere rappresentate in quel contesto.
Bernardo de Domenici ci informa che nei convegni magnifici di casa Gaetani Sanseverino, nel mezzo della gran tavola per recar meraviglia e diletto studio ai convitati veniva posta una saliera d’argento ricchissima di simbologie, alta più di cinque palmi; era stata disegnata da Luca Giordano e realizzata in argento, da Gian Domenico Vinacci. Nel basso aveva figurato le quattro parti del mondo con i loro maggiori fiumi; più sopra, similmente in giro erano effigiate le quattro Ore del giorno con i loro significati, tra i quali, bellissima era la figura della Notte, con l’immagine del Sonno; sopra era l’immagine del Tempo, figurato in Saturno, che con la falce cercava distruggere le belle opere terrene, ma veniva impedito, o placato dalla Gloria, e dall’Immortalità. l’Immortalità additava un Tempio lucido dell’Eternità, situato alla cima della Saliera; alla qual veduta placato Saturno si fermava. (Quella saliera doveva avere le medesime simbologie della fontana “I Quattro fiumi” del Bernini in Piazza Navona)
Oltre che meraviglia e diletto studio, la Saliera doveva simboleggiare un eloquente cartello d’intendi in chiave di aperta simbologia gareggiante con le scenografie del melodramma eroico del tempo, sempre affollato di allegorie gemmate dalla esuberante mitologia ellenica; ma soprattutto, la preziosa scultura doveva riprodurre una sorta di ara, un virtuale contenitore dal quale si poteva attingere il sale della terra.
Il nucleo di eruditi gentiluomini che ornava i cenacoli di quella munifica casa erano interessati in particolar modo alle scienze matematiche e all’astronomia; nella vita comune d’ogni giorno esercitava la professione di medico, la forense, il notariato; le categorie dei pittori, scultori, architetti, cantanti, musici vi praticava la propria professione ma, all’occorrenza, col permesso di Donna Aurora, esprimeva il proprio impegno artistico presso insigne famiglie del patriziato napoletano ed estero.
Nei cenacoli dei mecenati Aurora Sanseverino e Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona troviamo letterati, filosofi, matematici ed artisti di ogni ramo, quasi tutti di ascendenza cartesiana, tra cui Nicolò Giuvo, Matteo Egizio, Lorenzo Ciccarelli (Cellenio Zacclori), Gaetano Argento, Giambattista Vico.
In questo ambiente trascorse i primi anni della sua vita il principe Raimondo di Sangro.
Probabilmente in quella dimore è stata costituita, a Napoli, una delle prime Logge massoniche di fede inglese.
Da un documento che scoperto nel 1885 tra le carte del processo Pallante e, d’allora appartenuto al pittore Vincenzo Caprile e allo scultore Enrico Mossuti, si legge che l’11 (22) maggio del 1728, lord Henry Hare di Coleraine, Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra, esaudisce una istanza pervenutagli e firmata da alcuni Fratelli di Napoli e Casali vicini, con la quale essi chiedevano di regolarizzare le proprie Logge massoniche. Con quel documento Lord Henry Hare incarica ed autorizza i Fratelli Mr George Olivares e il violinista compositore Francesco Xaverio Geminiani (Lucca, 1687-Dublino, 1762), a recarsi a Napoli per regolarizzare le locali Logge-Accademie, una delle quali venne intitolata La Perfetta Unione. Non sappiamo se la Loggia in questione ebbe la luce nella casa di Tiberio Carafa di Chiusano, o in quella di Giacomo Milano, duca di Gerace, o in quella del duca di Laurenzana, oppure in una di altre famiglie di aristocratici interessati ai lavori di latomie. Sicuramente 17 anni dopo, una Loggia con tale titolo sarà guidata dal principe Raimondo di Sangro. Si è certi che il Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra delegò il massone Geminiani a legittimare i Fratelli napoletani in quanto, tra il 1698 e il 1714, il musicista lucchese, unitamente al violinista-compositore Arcangelo Corelli, in varie occasioni, aveva operato come violista o violinista nell’orchestra della Real Cappella di Napoli e nei teatri domestici del patriziato dei casali di Posillipo, del Vomero, dell’Arenella, di Capodimonte. Quindi, in quegli anni, egli aveva avuto modo di conoscere gli ambienti aristocratici napoletani con interessi di natura speculativa.
Montescaglioso, 14 aprile 2018
Pietro Andrisani