E con il panettone o il pandoro artigianale, vanto dei nostri maestri fornai e pasticceri, portate in tavola o regalate il panettone della solidarietà, quello che consentirebbe alle lavoratrici e ai lavori della Melegatti di cominciare- con i necessari sostegni finanziari- una nuova stagione produttiva e di non essere licenziati.

La ripresa, sia pure temporanea della produzione da fine novembre a metà dicembre, ha consentito all’antico marchio del BelPaese di riattivare le linee produttive nello stabilimento tinteggiato di azzurro di San Giovanni in Lupatoto ( Verona) . Così i primi bancali di panettoni e pandori raggiungeranno i punti vendita della grande e piccola distribuzione, salvando una tradizione che abbiamo visto splendere anche negli spot della simpatica Franca Valeri e nelle battute rimate di comici e cabarettisti.

Il blocco delle attività, ricordiamo, si era verificato nei mesi scorsi a causa del consistente deficit accumulato (30 milioni di euro) che aveva messo i lavoratori sul lastrico e a protestare davanti ai cancelli e presso le Istituzioni. Qualcosa a metà novembre si è mosso con una cordata di imprenditori pronta a rilevare gli impianti e il tribunale di Verona, i, di conseguenza, ha approvato il concordato preventivo proposto dai nuovi finanziatori di Melegatti. E nella fattispecie il fondo maltese Abalone, che ha finanziato con 6 milioni di euro la ripresa della produzione per Natale che si aggira intorno a un milione e 575mila tra pandoro e panettone. Nel 2018 dovrebbero arrivare altri 10 milioni di euro.

I lavoratori, senza stipendio da agosto, si sono attivati con l’hashtag #NoiSiamoMelegatti . Il resto lo stanno facendo cittadini e consumatori e i social con l’invito ‘’ Comprateli’’. Aderiamo anche a noi, convinti che tanti marchi del made in Italy non debbano passare di mano a scomparire nel silenzio dei Governi che si sono succeduti . Fatta eccezione, e meno male che qualcuno se ne è accorto, per Telecom, che ha funzioni per la sicurezza del Paese. Il resto delocalizza o scompare tagliando posti di lavoro.

Il caso dell’Ilva è esemplare, mentre qualcuno si bea che crescono posti di lavoro ( a tempo determinato, precario e a tutele decrescenti), diminuiscono quelli a tempo indeterminato e delle categorie professionali e autonome. Se poi si rifiuta l’Ape per andare in pensione con un meccanismo poco conveniente non meravigliamoci se l’economia non viaggia come un treno.

E’ un triste risveglio in stazione…Altro che ripresa.

N.B  La foto è tratta dal sito www.corrieredelveneto.it