In queste settimane due “eventi” hanno portato la città di Matera alla ribalta nazionale in modo affatto clamoroso. Si vuol dire della fiction televisiva – “Sorelle” – e della mancanza di quattordici medici presso l’ospedale cittadino, che non si riesce a reperire nonostante i ripetuti bandi e nonostante la tragica e sempre ricordata disoccupazione giovanile, compresa la categoria dei novelli medici.

La fiction è una eccezionale pubblicità che si fa alla città, inquadrata sotto diverse angolazioni e con tecnica e cura che ne moltiplicano la suggestione. Non dirò bellezza, che è altra cosa. Non starò a dare giudizi sul livello culturale della fiction, che rimane, almeno nelle prime due puntate, ad uno stadio che non è superiore alle tante fictions sudamericane. I dialoghi sono di una ovvietà a volte disarmante; la trama sconta il banale del “già visto”, fatta com’è di donne assetate di sesso, di sorelle che si odiano per motivi nemmeno molto comprensibili, e si separano dai mariti, puntualmente ingegneri o architetti, mai maestri elementari o ragionieri. Nessuna sfumatura psicologica è dato cogliere nei diversi personaggi, tutti col rispettivo gioco delle parti, da cui non si discostano nemmeno per distrazione.

Fanno particolare impressione i bambini, che nulla hanno della comune infanzia di Piaget e Freinet. Troppo grandi per la loro età, a tutti sparano in faccia parole e parolacce, gridi di rabbia e gratuiti insulti, che non indicano alcun segno di reverenza per la figura paterna e materna, parentale e adulta in genere. La stessa bellissima Anna Valle, condannata ad affannosi incubi notturni, da sveglia ha sempre e solo lo stesso freddo sorriso, che sta tra il malinconico e lo ieratico. Sembra la Madonna Addolorata del nostro Venerdì Santo.

Ancor più stupisce il quadro che si ricava della comunità materana, di cui i sessantamila abitanti parlano solo delle due sorelle, anzi della sorella fedifraga, priva di ogni freno inibitorio, novella Madame Bovary 2017.

A non pochi abitanti “culturali”, però, bastano e danno gaudio le immagini che di Matera si offrono; poco caso essi fanno al fatto che Matera, nella fiction, non è uno sfondo per storie d’altri luoghi e d’altri tempi, ma luogo di storie e personaggi materani. Il giudizio dello spettatore, a queste condizioni, non può non andare dal luogo ai suoi abitanti, e viceversa. Ci sembra, peraltro, assistendo a questa fiction, che quello della Matera “nouvelle face”, fatta di donne della media e alta borghesia, aggirantisi tra intrighi e avventure sessuali, e omicidi misteriosi, stia diventando un preoccupante luogo comune.

Potremmo citare almeno due romanzi sul tema. Una volta c’era – come giustamente è stato detto – la Lupa, contadina rozza e ossuta, vestita di nero, che riceveva gli amanti sui giacigli di paglia o tra le piante di fichidindia. E non piaceva. Ora c’è la donna magistrato, punta e tacchi, la dottoressa, la professoressa…

Ci si chiederà che cosa c’entra tutto questo con i quattordici posti per medici ospedalieri che non si riesce ad avere. Il fatto è che ormai la città è tutta programmata per la sua immagine visiva, opportunamente decorata e selezionata, che astutamente ignora la periferia e molti luoghi degli stessi Sassi, offuscati da dirupi, erbacce e crolli. C’è la corsa a farne una cartolina, per la gioia di non pochi benpensanti e benestanti residenti, che godono della loro condizione di abitanti in una città di cui parlano televisione e cinema. A costoro, però, poco importano i problemi reali di cui soffre Matera.

La fiction televisiva, come i film, per cui ci si inventò la Lucania film commission, si ritiene, da parte di costoro, che bastino a dare un futuro nuovo e felice alla città. Nulla insegna il battage pubblicitario che, dopo i film girati, ha dato due mesi di fama e di afflusso turistico eccezionale, presto, però, esauritosi. Lo stesso accadrà della fiction attuale.

Passata l’euforia, tutta spettacolare e fittizia, Matera riprecipiterà nella sua inerzia di città “vana fuor che nell’aspetto”, priva com’è di una vera agricoltura, di fabbriche, di capillare e ricco artigianato, di commercio di esportazione, di strade, di ferrovia, di aeroporto, viva e colorita alla vigilia delle feste e nei giorni di festa, ma solo dal palazzo della Prefettura al palazzo della estinta Provincia.

Il resto è sonno di periferia, pericolosa a percorrersi di sera, compresi i Sassi. Ed ecco spiegato il mistero dei quattordici posti d’ospedale, che i medici non vogliono coprire.

C’è da domandarsi, infatti, perché un giovane laureato, con specializzazione, con legittime ambizioni di carriera, ma anche di studio, debba seppellirsi a Matera solo perché vi si è girata la fiction con Anna Valle. Dicemmo una volta che si sta costruendo una Matera di facciata, buona da visitare ma non da abitare, cioè non buona per una residenza propria e dei propri figli, che, senza lavoro, andranno inevitabilmente via per sempre.

Non si capisce, cioè, per qual motivo un giovane medico debba confinarsi in un ospedale di provincia, senza servizi di eccellenza, in cui una partoriente non può fruire della anestesia epidurale, consentita invece a Potenza! Se i materani preferiscono farsi curare ad Acquaviva e Altamura, diffidando del proprio ospedale, perché mai medici che pensano al futuro proprio e dei propri figli dovrebbero venire da noi e automutilarsi?

Matera, anno 2017, insomma, città capitale europea della cultura 2019, rimane ancora, in Italia, città dalle tre P: Prima nomina, Promozione, Punizione. E l’immagine sociale ed etica data da “Sorelle”, quale provincia del pettegolezzo, della maldicenza e dell’intrigo, può suscitare la curiosità, con venature morbose, ma non rende certo un buon servizio.

Tutto sommato ci si perde.