Ferragosto a Monticchio o in gita dalla primavera, quando le cartoline d’epoca ci ricordavano cigni, pattini, la vecchia funivia e il sapore delle cose buone da assaggiare o della colazione al sacco, mentre tutto intorno risuonavano le note di un organetto o le campane dell’Abbazia di San Michele.

Amarcord di una stagione ricca di prospettive fatte affogare da inettitudine, incapacità divisa tra  i tanti protagonisti in negativo- come ci ricorda Armando Lostaglio-  di quanti hanno affossato una grande opportunità. Per punizione andrebbero ancorati in fondo al lago per il museo lacustre dell’inettitudine e della mediocrità. Sarebbe una attrazione rispetto ai musei delle cere che impazzano ovunque. E poi potrebbero essere scambiati per ‘’mostri’’ del passato, che ogni tanto fanno capolino come i possibili rigurgiti del vulcano che ospita i due laghi.

Magari…Potrebbe scapparci un gemellaggio con ‘’Nessie’’ il mostro di Lochness. Da cosa nasce cosa.  Il MysteriumMonsterMonticchio festival. Tre “M’’ nel giallo…

Vai Armando, direttore artistico. Ti spetta.

Quando c’era Monticchio

“Quando Monticchio era la Località turistica per eccellenza della Basilicata, probabilmente l’unica, non c’era il Pollino, non c’era Pietrapertosa e le Dolomiti lucane, non c’era nemmeno Matera e molto altro in questa regione. Ovvero, si ignorava il valore potenziale che quelle località potessero esprimere, negli anni Sessanta. Allora Maratea era nota solo ad un certo turismo elitario grazie a Santa Venere, quella elegante residenza liberty sospesa sul mare, ma era solo per i milionari dell’epoca, con serate modello “una rotonda sul mare” di Fred Buongusto e vip (come si direbbe oggi), ma di quelli veri.

Matera era stata invece “scoperta” da Pasolini per il set del suo capolavoro mistico-popolare “Il Vangelo secondo Matteo”, ma incombeva ancora quel secolare problema di ordine urbanistico, lungi quindi da possibili valorizzazioni turistiche e culturali. La costa jonica lucana era ancora alle prese con situazioni di bonifica da post-riforma agraria, con paesi in via di ripopolamento e meno che mai da vocazione turistica: Metaponto, Policoro, Scanzano, Nova Siri. Il Pantano di Pignola era poco più di un pantano (appunto).

Quelle cittadine storiche come Venosa e Melfi non ricevevano che sporadiche visite di gite scolastiche. Tutto molto in ombra, sulla via di una emancipazione di la da venire. Un panorama alquanto conciso, in una regione ricca di verde e di cui certamente il monte Vulture e la sua “perla” sui due Laghi vulcanici – Monticchio – rappresentava una rarità: cartoline dell’epoca ne danno testimonianza. Al punto che alcuni imprenditori illuminati si inventarono e realizzarono una funivia che conduceva dai Laghi fino alla sommità del monte Vulture: un viaggio sospeso nel vuoto di una ventina di minuti, ben cinquant’anni prima dell’odierno “volo dell’angelo”.

Uno sguardo lontano, e non solo geograficamente quanto soprattutto come imprese, mentre siamo solo nei primi anni Sessanta. Oltre mezzo secolo fa, dunque, Monticchio è stato guardato dal basso in alto, e la funivia dell’epoca non rappresenta solo una metafora. Oggi ci si ricorda di questo luogo solo per quel “turismo di massa” (turismo?) e dei residui immondi del dopo-Pasquetta e dopo-Ferragosto.

“Quel che resta del giorno” (mutuando il titolo di un film d’autore) sono solo gli avanzi (se non le macerie) di decennali incapacità amministrative quanto imprenditoriali, in una parola di suppellettili di politiche di sviluppo o presunte tali, a partire dalla Regione: abusivismo senza controlli preventivi, i lasciapassare superficiali di chi la politica (spesso mediocre) la faceva solo per l’orticello di casa e di casta. Un luogo, Monticchio, che sarebbe bastata una soltanto delle sue innumerevoli potenzialità che altrove (al nord per esempio) avrebbe creato le condizioni di una ben più visibile consacrazione. Sarà il caso di elencarle? No, non serve a nulla, non ne vale la pena, lo abbiamo fatto troppe volte in questi anni: chi vuole se le cerchi sulle enciclopedie o più modernamente sui siti web. E non lamentiamoci se il TGR di Basilicata ha ignorato Monticchio e i siti storici del Vulture  nel circuito turistico del Ferragosto.

I nomi invece li conosciamo, di coloro che l’hanno devastata o contribuito alla sua emarginazione, e pure pagati con soldi pubblici, quella classe politica inetta ed incapace ha tanti volti: ciascuno per la sua parte ha fatto scempio del mandato di Bene comune che la comunità locale aveva loro attribuito. I nomi li conosciamo, politicanti o presunti tali da Rionero a Melfi, da Barile a Venosa e Lavello. Tanti, troppi i nomi che in questi decenni hanno dilapidato Monticchio, sciupato un patrimonio che non meritavano di rappresentare. Troppo evoluto quel luogo per essere dato in “pasto” a chi non ne ignorava le potenzialità, avendo loro orizzonti troppo corti, e la cupidigia di chi ha solo avidità di potere.

Che peccato!”

Armando Lostaglio

 

E IL COMMENTO DI UN AMICO AMBIENTALISTA

Caro Armando, se s’insiste con le demolizioni non vedo chi ci risolleverà da terra. Monticchio non è solo quello che giustamente dici, è molto di più che nessuno ci può levare, è unico, per microclima, per sistema ecologico, per la farfalla delle Grotticelle, per tutto ciò che altri, in Italia e fuori, non hanno, è ora di finirla con la mania del ripudio, quando impareremo che così facendo facciamo il gioco di chi medita di svenderci? Sai perchè abbiamo petrolieri in casa? Perchè siamo governati da gente che la pensa come te. Con affetto.