Parlano poco gli alberi, si sa. Passano tutta la vita meditando e muovendo i loro rami. Basta guardarli alla fine dell’inverno: soltanto i più vecchi conversano, quelli che donano le nuvole e gli uccelli, ma la loro voce si perde tra le foglie e assai poco percepiamo, quasi niente. Tutto in essi è vago, frammentario. Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido di un passero, di ritorno verso casa, grido ultimo di chi non attende un’altra estate, ho capito che nella sua voce parlava un albero, uno dei tanti che proprio allora stavano abbattendo, ma non so cosa fare di quel grido, non so come trascriverlo. Provo solo rabbiosa impotenza!

Un albero diventato semplice cosa, utilità, ornamento, dopo che fu abitazione vivente di esseri divini, sede di una forza soprannaturale, traccia visibile di una divinità, non è più salvabile (Guido Ceronetti). Per questo continuano ad abbattere alberi, anche nella Città capitale europea della cultura 2019. Vere e proprie istituzioni verdi nei quartieri del risanamento, antiche quanto il quartiere, robuste come se attecchite in un bosco integro, alte ormai una ventina di metri, con tanto di vincolo ambientale e paesaggistico. Viene abbattuto il cedro in viale del geranio dalla stupidità di uno scribacchino, dalla subornazione di un dirigente comunale alle mene di “quelli di cul’gnur” – così m’han riferito le anziane donne di La Nera – che sembra dovessero sdebitarsi col parente cui l’albero sotto casa procurava ombra; gente che impone medesima arroganza sulle piante come sulle condizioni di vita delle persone, che pure in gran numero baciano quello stesso bastone che li colpisce. “Quelli di cul’gnur” avevano già tentato l’abuso qualche anno fa, mobilitando mezzi e accondiscendenti vigili del fuoco. Furono fermati in tempo, dopo aver capitozzato l’albero di venti metri. Chi avrebbe dovuto controllare restò in silenzio!

So cosa erano la tua foglia, la piccola pigna verticale, i piccoli pinoli e cosa ti accadeva in aprile, e cosa in dicembre. Benché la mia curiosità non fosse reciproca, verso te alzavo il capo ogni volta che uscivo di casa. Avevo il nome da darti: cedro del libano maestoso, ma tu per me non ne hai mai avuto nessuno. Viaggiavamo insieme. E quando si viaggia insieme si conversa, ci si scambiano osservazioni almeno sul tempo, o sulle stazioni superate in velocità. Non mancherebbero argomenti, molto ci univa. La stessa stella ci teneva nella sua portata. Gettavamo ombre basate sulle stesse leggi. Cercavamo di sapere qualcosa, ognuno a suo modo, e ciò che non sapevamo, anch’esso ci accomunava. Io spiegavo come posso, ma tu chiedevi: che significa guardare con gli occhi, perché mi batte il cuore e perché il mio corpo non ha radici. Ma come rispondere a domande non fatte, se per giunta si è qualcuno che per te è a tal punto nessuno. Tutto ciò che ti dicevo era monologo e non eri tu che lo ascoltavi. Parlare con te era necessario e impossibile. Urgente in questa vita frettolosa e rimandato a mai. Per questo nessuno ti riconosceva, e nessuno t’ha salvato.

Ma quanta grettezza in quelli che ti hanno abbattuto! Quanta miopia in amministratori che non comprendono che la felicità pubblica sta proprio nella salvaguardia e nell’espansione dei beni comuni! Anche questa educazione alla consapevolezza della natura che ci produce e salvaguarda la nostra sopravvivenza dovrebbe esser impegno etico e politico per MT 2019.