I pini sono salvi! Come per un miracolo – razionalmente inspiegabile, il Comune ha accolto le ragioni del Presidio in difesa dei pini, di Legambiente, del WWF, di Italia Nostra, del FAI, ecc.: con una piccola rotonda di diametro pari a quella sull’incrocio del Palazzo di Città e altri piccoli accorgimenti,  si salvano praticamente tutti i pini vitali. Tranne l’eventualità di miserabili furbate dell’ultimo minuto, l’intesa scritta sulla base della proposta del Presidio dovrebbe diventare esecutiva così com’è. Tutta la pineta della Collina del Castello e il filare spartitraffico di via Lanera restano lì dove sono da oltre sessant’anni.

Alla notizia, non ho saputo e voluto resistere all’impulso emotivo di andare a salutarli i pini, stamattina. “Giganti giovinetti …” che, per una volta tanto, non hanno loro consolato noi mortali:

“Una gentil pietade avean di me/

E presto il mormorio si fe’ parole:

— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse

Che rapisce de gli uomini i sospir,

Come dentro al tuo petto eterne risse

0 Ardon che tu né sai né puoi lenir.”

No, stavolta, da noi son stati ‘salvati’. “Giganti giovinetti” cari al Carducci, fragili a un tempo scandito ormai dagli interessi umani prepotenti e non più della natura, vi ho carezzato ad uno ad uno, almeno quelli meno assediati dagli sterpi e dall’incuria. Voi, voi ci avete chiesto aiuto stavolta …! E noi, noi per vincere non abbiam saputo far altro che pensare a noi, alla nostra salute, al senso nostro di bellezza, fino a scomodare gli sconvolgimenti climatici e ambientali che ci danneggerebbero. No, non abbiamo difeso la vostra dignità, lo stesso diritto di coesistenza umana ed extraumana. Ci siamo detti: non lo capirebbero i cittadini, le istituzioni …

Eppure, in fondo non volendo, è proprio quello che abbiamo fatto, invece: abbiamo salvaguardato l’aspetto più singolare di questa strategia dell’arredo urbano, che ai manufatti estetici dell’architettura aggiungono la bellezza della creazione della natura; abbiamo salvaguardato il carattere cosmopolita delle piante! Gli ornamenti arborei delle nostre città sono le ignorate testimonianze dei legami sotterranei che uniscono le culture dei popoli, gli scambi, i traffici di semi, piante, frutti, con cui agronomi e contadini hanno sparso per il globo e reso universale la natura domesticata delle piante; ma anche il mai confessato bisogno di convivenza con esse!

Questi monumenti storici del paesaggio urbano, con le antiche ville urbane e di campagna che andrebbero salvaguardate col loro coessenziale verde, i parchi, il nostro giardino comunale, lanciano oggi un duplice messaggio. Indicano il coraggio e la lungimiranza di una borghesia capace di rinunciare alla rendita fondiaria ricavabile da aree centrali della città per destinarla all’interesse collettivo e alla bellezza urbana. Al tempo stesso denunciano la miseria degli appetiti presenti. Se gli abitati dei due secoli trascorsi fossero stati governati dalla borghesia dei nostri giorni, noi avremmo oggi non delle città, ma foreste di pietra, dove ad ogni frammento di spazio sarebbe richiesto di generare profitto. Basti osservare di quanto verde son dotati i nuovi quartieri, le nostre periferie. Lo stesso termine verde denuncia la degradazione subita dalla natura, ridotta ad elemento accessorio e residuale dell’espansione urbana.

Eppure, ragioni convenienti per noi ce ne sono, come dicevo: oggi gli alberi e il loro contesto ambientale vedono accresciute le ragioni della loro presenza in città. Alle motivazioni estetiche e salutistiche che animarono un tempo una borghesia dotata ancora di senso dell’interesse generale, si aggiungono nuove necessità. È la città intesa secondo il nuovo paradigma di ecosistema, che reclama la presenza degli alberi all’interno dei cortili, tra gli spazi edificati, ai lati delle strade e dei viali, nelle aree dismesse, negli incolti abbandonati e trasformati in discariche. Alberi ovunque, perché sono regolatori climatici, essi possono ridurre la temperatura nelle grandi calure estive, assorbire anidride carbonica, polveri e particolato, che inquinano il bene comune dell’aria che respiriamo e al tempo stesso generare ossigeno. Un piccolo contributo alla riduzione dell’effetto serra e un incremento del benessere urbano. Ma gli alberi e il suolo che li circonda assorbono grandi quantità di acqua piovana, limitano il dilavamento spesso rovinoso dei grandi temporali, aiutano a non disperdere le risorse idriche, a ripascere le falde sotterranee. Senza infine dimenticare che gli alberi, specie se non isolati, sono dimore di uccelli, insetti, rettili, piccoli mammiferi, frammenti di natura vivente con cui conviviamo.

Cercavo di rassicurarli soprattutto ‘i pini salvati’, e la mano li carezzava in un empito compassionevole irrefrenabile. Interroganti attoniti e tristi per quel che accade, loro ci rammentano che non siamo i solitari padroni del pianeta, che spartiamo la vita con altri viventi, che una nobiltà da vantare oggi e in futuro sarebbe quella di prendercene cura, dopo averli, per millenni, estromessi e in tanti casi annientati.

E’ accaduto un miracolo! Chi ci avrebbe creduto a inizio primavera che ce l’avremmo fatta? Son certamente tante le ragioni che hanno portato alla salvezza dei pini, ma ce n’è una che fa aggio su tutte: la mobilitazione di migliaia e migliaia di cittadini, e non solo materani! Per la prima volta s’è realizzato il vero obiettivo di Matera 2019, quello dei cittadini culturali – nella nostra come in tantissime altre città – intervenuti in solidarietà e sostegno, che non inseguono solo pizze e cotillon; che in nome della bellezza hanno sostenuto la lotta (sì una lotta vera e propria, con tanto di avversari – culturalmente gretti e arroganti, politici, amministratori e semplici cittadini miserabilmente egoisti) e han preteso coerenza. Cittadini che sapevano di aver ragione da vendere sul preteso ma sorpassato efficientismo tecnocratico. Gutta cavat lapidem, e oggi si può dire che abbiamo guadagnato alla causa anche tanti tecnici, tanti intellettuali, anche tanti cittadini superficialoni (come pure quei singoli facinorosi della prima ora che han voluto sottoscrivere l’intesa alla memoria)  e qualche pigro responsabile della cosa pubblica.

Ma la resistenza non può fermarsi ora, giacché deve cambiare il modo di governare la Città, deve diffondersi la consapevolezza di aver toccato confini di sfruttamento del territorio, della natura a buon mercato. Tutto si ritorce ormai contro gli abitanti delle città, contro l’Umano. Dobbiamo seguire altri sentieri più sostenibili ..

Ma di questo parleremo domani. Oggi occorrerebbe un brindisi, sfiorando coi calici rigorosamente ecocompatibili le rughe annose e tristi dei  nostri pini.